Vero come la finzione

François Truffaut - Effetto Notte
François Truffaut - Effetto Notte

I Lunedì Metaletterari / Vero come la finzione

Non si può avere un libro preferito. Il mio è Finzioni, di Jorge Luis Borges. E’ un libro che parla proprio di quello che evoca il titolo: libri inesistenti, personaggi straordinari, biblioteche impossibili. Scrive di finzioni facendo finta che siano vere. Amplifica e ribatte quello che il poeta romantico Samuel Taylor Coleridge chiamava sospensione dell’incredulità, quello che i recenti studiosi di narratività chiamano patto finzionale: la storia è invenzione, io faccio finta che sia vera e la storia deve rispettare questa “credulità” con una propria coerenza interna. Deve creare un mondo possibile dove, al suo interno, le cose succedono secondo una logica. Se il protagonista di un libro, un mago, può volare, allora per tutto il libro questo potere dovrà essere mantenuto, salvo un eventuale anatema nemico o qualsiasi altra cosa coerente però con il mondo possibile creato.

La letteratura è per la maggior parte finzionale per un semplice motivo, illustrato bene da questa illuminante storiella. Un pensatore, talmente assiduo da riuscire a pensare anche nel sonno, entrò in un’osteria e mangiò così bene da sentirsi in dovere di fare i complimenti all’oste, un bell’omone allegro. Dopo un breve colloquio, ammirato  e meditabondo, il pensatore cominciò a rimuginare sulla possibilità di cambiare occupazione e diventare anch’egli oste. Il giorno dopo, tornato all’osteria, propose al proprietario uno scambio di ruoli. Lo scambio si fece e da quel momento l’oste diventò pensatore e viceversa. Logicamente le cose non funzionarono più, né per il pensatore, né per l’oste. Cosa c’è di strano in questa storia? Che non finisce come dovrebbe finire. Algirdas Greimas, grande semiologo e studioso di narratività, diceva che, per esserci narrazione, ci deve essere trasformazione. Cioè deve cambiare qualcosa, succedere qualcosa di rilevante. Dunque il pensatore potrebbe rivelarsi un grande oste e allietare i commensali con i suoi ragionamenti, oppure dimostrarsi un fiasco, arrendendosi alla supremazia della pratica sul puro ragionamento. Di converso l’oste potrebbe scrivere un libro rivoluzionario o finire sotto qualche ponte. O entrambi potrebbero avere qualche tipo di avventura che li porti a ricambiarsi i ruoli.  Invece qui succede l’opposto. La finzione sterza sulla banalità, succede quello che succederebbe nella realtà, cioè che, semplicemente, l’oste non ha le capacità di fare il filosofo e il pensatore non sa cucinare. E va male ad entrambi. Il patto finzionale si è rotto.

Thomas Bernhard ha scritto un libriccino pieno di storie di questo tipo (L’imitatore di voci, Adelphi 1987, 165 pagine, 9 euro) in cui sceglie di raccontare con una tecnica giornalistica, più che letteraria, tante piccole notizie di giornale, neutre, reali. Ovvie. Facendolo, ci spiega il motivo per cui si scrivono romanzi, e non cronache. Perché la realtà è noiosa e, come nel rasoio di Occam, succede sempre la cosa che ti aspetti. Cioè che un oste non sia un pensatore e viceversa.
Però, però… Truman Capote mostrava, qualche anno prima, che il romanzo perfetto non è letterario ma giornalistico. Non è invenzione, ma realtà. A sangue freddo (Garzanti 2005, 391 pagine, 16 euro) racconta di un terribile eccidio, realmente accaduto, di una famiglia da parte di due balordi ed è il primo esempio, in letteratura, di romanzo giornalistico. Capote si reca sul luogo del delitto, intervista vittime e colpevoli e ci scrive sopra 400 pagine terribili. Il suo è un libro perfetto perché, oltre ad essere scritto divinamente, non è un romanzo ma una cronaca giornalistica. Un fatto accaduto. Reale. Solo la realtà può essere così spietata, così insensibile. Così prevedibile. E morbosamente interessante.
Truman Capote l’aveva capito: il romanzo – costitutivamente – non può essere perfetto, poiché è la sua imperfezione che gli conferisce lo statuto. La realtà invece ha due interpretazioni: l’ovvietà della cronaca e la banalità del male.

Bernhard o Capote? La letteratura, madre saggia, paziente e sempre gravida, mi ha insegnato che hanno ragione tutti e due.

Jacopo Cirillo

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

1 Commento
  1. Bell’articolo, nel suo analizzare consapevolmente finzioni e realtà, e la loro doppiezza.Letteratura, quindi,tra leit motiv e trasformazioni,invenzioni e giornalismo, imperfezione e soggettività del reale. Io aggiungerei: come nella vita la trasformazione avviene per un contrasto, il contrasto é opposizione alla inerzia del leit motiv,il tempo interiore pervade quello esteriore delle vicende umane.
    La trasformazione é perdita di realtà precedente(perciò:memoria,nostalgia,ossessione,mostri,rimpianto etc)e acquisizione di una nuova(nuovo protagonismo nel bene e nel male). Resta solo, allo scrittore, di scegliere di cosa occuparsi.
    Saluti
    Vincenzo Bonicelli della Vite-Bologna