Gödel, Escher, Bach + Wallace

Credits: themadeshop
 
Prima di tutto, una premessa. La fine fatidica è all’orizzonte, o almeno sulla carta dovrebbe essere così, ma discutendo fra di noi e con un po’ di lettori virtuali nostri compagni di viaggio, stavamo notando in queste settimane che non siamo proprio tutti allineati con la tabella di marcia. Lo abbiamo detto all’inizio e lo ripetiamo qui: va bene lo stesso, l’Infinite Summer non è proprio una maratona ma piuttosto una bella scarpinata in montagna, dove ognuno a un certo punto deve poter decidere di andare col suo passo se vuole godersi il panorama (e non farsi del male).
 
Ad ogni modo, chi tiene il passo è in prossimità del traguardone delle mille pagine (1), dove secondo tradizione il lettore medio si trova inevitabilmente a tracciare un bilancio preventivo, ché non capita così spesso di vedere quattro cifre nell’angolino superiore del proprio libro. Così l’altro giorno si stava simposiando amabilmente in pausa caffè, come succede ormai da un paio di mesi, sull’Ordine Superiore di quel caos ordinato che è l’universo IJ, in altre parole il l’Essere Logico-Pensante che si nasconde in queste 1200 pagine, nei milioni di espedienti narrativi sparpagliati a ogni frase, nel calendario di personaggi disegnati a uno a uno con precisione chirurgica, nei paradossi geopolitici insostenibili al limite della fantascienza eppure maledettamente convincenti. L’arrivo di ogni nuovo personaggio è una piccola violenza sul lettore (2), perché lo induce a chiedersi se e cosa mai quel personaggio abbia a che fare con il magma intelleggibile che è la trama. Ora, ci avevano detto fin dall’inizio che Wallace era un genio totale (3), ma ci consideravamo abbastanza agnostici da non crederlo per davvero, e una volta giunti a un considerevole livello di dispersione della trama stavamo per concludere che Infinite Jest fosse una raccolta intrecciata di racconti indipendenti, un’Idra a cento teste ognuna per conto suo.
 
Avanzando nella lettura però, un po’ come nell’esplosione di un mega puzzle in backforward, gli opposti si stanno unendo (e solo Wallace sa come diavolo ha fatto a congiungerli). Non è una cosa normale, come in un qualsiasi altro romanzo, fosse anche in uno Sherlock Holmes d’annata. In IJ il riallineamento astrale ha proporzioni mastodontiche.
Si capisce cosa hanno a che fare Charls Tavis con Mario Incandenza, il Canada con i chiodi da rotaia con un film in cartuccia, l’Hal Incandenza dell’anno del pannolone per adulti e l’Hal Incandenza dell’anno di Glad, James Incandenza che aveva a che fare con Joelle Van Dyne che ha a che fare con Don Gately che aveva a che fare con qualcuno che aveva a che fare con Avril Incandenza. Universi interi si stanno allineando, e ognuno di loro è una galassia di complessità che appena arriva a confrontarsi con il resto esplode in una nuova e rinnovata introspezione.
 
Ma l’elemento più incredibile, quello che ci ha fatto cadere di mano tazzina e cucchiaino, è che tutta questa storia in fondo si risolve felicemente in un pugno di personaggi. Che la maxi-storia dell’America dell’ONAN stia in corrispondenza biunivoca con la micro-storia dei quartieri di Boston e viceversa, come per le circonferenze concentriche di Duns Scoto e nell’astrazione assoluta degli infiniti equicardinali. L’infinito cioè si genera da un gruppo di personaggi, in un quartiere dove tutti si conoscono. E visto che Wallace era sì uno scrittore, ma pure un logico, non è da escludere che l’abbia pensata davvero così.
 
(1)  Che però sappiamo essere molte di più
(2)
  Anche perché Wallace con hitchcockiana abilità presenta alcuni protagonisti dopo quasi trecento pagine di romanzo
(3) Gli snob dicevano Gesamtkunstwerk, una volta…
 
Stefano e Elena
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