Impressioni di Settembre (su un’estate a lunga durata)

Cos’è che rende Infinite Jest così infinitamente jestitudico?

Dopo averci ruminato un po’ sopra, ci siamo accorti che una caratteristica che configura l’Infinita jestitudità è la nitidezza. Tutte le situazioni narrate da D.F.W. si visualizzano con chiarezza stupefacente nel cervello di chi legge, si compongono come la combinazione di innumerevoli pixel volti a definire un’immagine e incominciano a snodarsi e susseguirsi come le sequenze di un film. Ad esempio, tu che leggi percepisci – anzi visualizzi – tutta la fatica sfiancante delle sessioni di allenamento sportivo e il rumore del libro chiuso di botto, alla fine della sessione quotidiana di lettura, ti ricorda il rumore delle palline da tennis che rimbalzano sul campo e che ti sei appena lasciato alle spalle.

Ho ancora davanti agli occhi le figure indolenzite dei ragazzi dalla spietata sessione di allenamento nel gelo del mattino. È così preciso – fotografico – che ti chiedi se sia carta stampata o un film scaricato da Emule. E con la stessa trasparenza di una pellicola o di un file AVI. Wallace documenta i paesaggi interiori e le atmosfere emotive in cui sono immersi.

Tipo, ecco i luoghi impervi dell’anima in cui a Orin Incandenza capita di aggirarsi certe mattine (e noi in cordata, dietro di lui): «Le mattine peggiori, con i pavimenti freddi e le finestre calde e la luce senza pietà. La certezza dell’anima che il giorno non dovrà essere attraversato ma scalato verticalmente, e andare a dormire alla fine della giornata sarà come cadere da un punto molto in alto, a strapiombo».

Uno scenario estremo, no? Ed è proprio dietro il lucido stile di DFW che il lettore scorge loro, i Godfather dell’Infinite Jest. C’è nei personaggi – malgrado lo stile cristallino– qualcosa di febbrile, che ricorda il tormento di Dostoevskij, ad esempio, quello delle Memorie del Sottosuolo, un potentissimo incubatore di disagio.

Ma – dietro alle massicce dosi di postmoderno – in effetti c’è anche altro che riallaccia Wallace alla lunga stringa dei grandi romanzieri dell’800.
Lo stress costante da prestazione sportiva, la mente e il corpo protesi nell’obbiettivo di entrare nello show apparenta il branco tennistico degli adolescenti I.J. ai personaggi più giovani creati da quella fucina di character che sono i romanzi di Honoré de Balzac. La schiera di baldi giovanotti descritta con tanta profusione di inchiostro dallo scrittore francese ha in comune con i loro nipotini americani la spasmodica ansia di riuscire nella vita. Sotto questo punto di vista I.J. è quasi un nuovo capitolo della Commedia Umana. Come quelle del suo baffuto predecessore francese – anche le pagine di DFW sono ossessionate da un tema chiave del mondo moderno, la competitività.

Il perimetro della Enfield Accademy delimita un microcosmo ipernormato dove tutto è pianificato, teso al miglioramento maniacale della performance sportiva e all’ottimizzazione dei risultati tennistici dei suoi giovani studenti. Si vede che Wallace si diverte a fare il verso (in modo neanche tanto velato) alle dinamiche dopatissime della società contemporanea che – come il corpo docente della Enfield – potenzia la competizione tra singoli e ordina meticolosamente i risultati.
Non ci sono premi o punizioni se non la consapevolezza di occupare un posto alto in classifica – e viceversa – non ci sono punizioni se non l’orribile sensazione di non riuscire a migliorarsi.

In Infinite Jest l’autore probabilmente si è divertito a descrivere gli effetti della competizione tra le persone facendo un uso massiccio di fatti e persone grottesche.
Tra gli altri segnaliamo il personaggio di Eric Clipperton il giovanissimo tennista emotivamente incapace di perdere, ma habituè delle gare, che si mette al riparo dall’eventualità della sconfitta giocando con una pistola puntata alla tempia e pronto a spararsi all’istante in caso di di sconfitta. Di uno così come fai a non ridere istericamente mentre te lo immagini contemporaneamente giocare e tenere il dito pronto sul grilletto? Ironia e isteria tracimano spesso e volentieri una nell’altra. L’allenamento esaspera, l’angoscia del risultato snerva, sfianca, fiacca, prostra con esiti depressivoesilaranti come quello che abbiamo appena citato.

Ma non tutti i protagonisti di Infinite Jest vivono di solo tennis. Proprio accanto alla Enfield Accademy sorge la Ennet House, luogo di raccolta e comunità di recupero per tossicodipendenti. Nei tossici il culto delle Sostanze ha sostituito l’ossessione per il primo posto. Non che gli studenti della Enfield non facciano ricorso agli stupefacenti, anzi. Ma loro si appoggiano alla stampella della droga solo per reggere il ritmo.

Enfield Accademy e Ennet House sono due universi limitrofi ma (almeno per il momento) paralleli. Eppure due facce della stessa medaglia, entrambe dipendenti dall’idea di qualcosa. In questo turbinio di vicende la Dipendenza si sta rivelando l’unica grande protagonista.

Cartucce, Sostanze, Show, Tennis, Posto in classifica…Ognuno corre dietro al suo chiodo fisso o si dimena per liberarsene. Tranne chi si muove lentamente.
Come il buon Mario Incandenza. Gravemente handicappato e fortemente impedito fino ad ora è – paradossalmente – l’unico personaggio libero di tutto il romanzo.
Ma questa è un’altra storia.

 

Gloria Belotti

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