Infinite Summer: considerazioni a metà

Photo credit: Infinite cake

Siamo alla settima settimana, e come dei Poveri Tony qualunque la sensazione che si prova è quella di trovarsi rinchiusi e seduti sulla tazza del bagno di una biblioteca di slavistica con i pantaloni incartocciati e calati sulle caviglie, mentre cerchiamo di capire quanto durerà ancora la contingenza del mattone che da un mese e mezzo ci stiamo portando appresso.

Inizia, insomma, il gioco della consapevolezza. Perchè il problema di leggere un tomo alto una spanna e mezzo come Jest è che, per quanto il nostro segnalibro proceda, a volte anche spedito, di traguardo in traguardo (anzi spesso rincorrendolo, il traguardo, ché Wallace non è proprio Fabio Volo), non si capisce mai quanto manca realmente alla fine del capitolo che stiamo leggendo. Lasciando perdere il roll back per re-inquadrare personaggi apparsi in scioltezza dopo un due trecento pagine, che li avevamo parcheggiati a delirare sulle proprie dipendenze, e fermo restando che la dose quotidiana di Infinite Jest è tutt'altro che un palliativo per la nostra volontà di arrivare in fondo a questa avventura (per chi ha capito, una sorta di sciroppo per la tosse molto alcolico), capita sempre che a due pagine dall'arrivo spunta una retrospettiva su Madame Psychosis , un capitolo composto da 92 frasi che iniziano con una disgiuntiva, una nota 110 lunga la bellezza di 15 pagine in corpo 8 con le sottonote in corpo 5. Ci sono, insomma, dei tentacoli-tutte-subordinate di questo libro che all'improvviso ti fanno capire quanto sei maledettamente in ritardo e che la faccenda è ancora lunga. Un tie-break, insomma.

Man mano che andiamo avanti capiamo che quello che abbiamo in mano è un continuo gioco di dentro-fuori (o di sopra-sotto, prima-dopo). Infatti, che sia un romanzo schizofrenico lo si capisce ben presto, dopo che un paio di volte accelera in modo ipercinetico, sentendo due fratelli che parlano al telefono, e rallenta fino al congelamento quando la testa di una ragazza cocainomane divaga sulle proprietà cromatiche di una pellicola cinematografica. Capire che questo libro contiene altri due o tre libri a piè di pagina richiede qualche capitolo in più, ma è più o meno dove siamo adesso (pagina 550 circa) che Wallace vuole trasformarti del protagonista di un altro libro ancora, quello di tu-lettore che in treno, sull'autubus, nel soggiorno di casa tua ti devi interfacciare con il compagno di viaggio, il controllore o lo sguardo indispettito del gatto, che ti vede sprofondato e assorto in una lettura che ti sta trascinando in una cronica dipendenza da Wallace. Tra un po' vedi Wallace in filigrana sul cartone dei cereali, citi Wallace per saltare la fila al banco dei salumi, esponi Wallace all'aperitivo invece che elencare le tue conquiste amorosamente circuite.

Che fosse una maratona umanamente complessa lo immaginavamo. Ora iniziamo drammaticamente a crederlo. E la sensazione portante, che deriva dalla consapevolezza di essere ancora nella prima metà di questa costellazione compressa nella scatola di un romanzo, è quell'inquietudine assillante che assomiglia maledettamente alle paranoie dei protagonisti, a Hal Incandenza nella sala Pompe o a Don Gately a colloquio con Geoff Day. Quando succede con un film è la regola, ma se succede in un libro è davvero il massimo. Si perde la cognizione del tempo passato e ci si ritrova nel bel mezzo del tunnel, in attesa che la luce si accenda all'improvviso o che si sprofondi insieme a una colonia di formiche del Sud degli Usa in una nuova, infinita sottostoria in carattere 8.

 

Elena e Stefano

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