La Coppa dei Lettori… Stefano Sgambati

Quali sono i romanzi finalisti alla Coppa dei lettori? Perché ci sono piaciuti? Chi li ha scritti? Approfittiamo di questi giorni prima delle votazioni finali per rinfrescarci la memoria, rispondendo a questi ed altri interrogativi con una serie di contenuti speciali dedicati ai cinque finalisti della Coppa dei lettori! 

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Perché scrivi?

Perché ho sempre avuto una forte esigenza espressiva e in più c’è questo grande interesse mio personale verso la lingua, il linguaggio. La mia domanda ossessiva, quando scrivo, è: “Resisterà al tempo?”. Oppure: “Che cosa si penserà di questo tra cento o trecento anni?”. Forse è un pensiero ambizioso, ma la sfida del tempo è l’unica cosa che davvero mi responsabilizza, quando scrivo. Non certo la stampa, non certo il pubblico di lettori. Mi interessa vendere, eccome, perché ho bisogno di tempo per scrivere al meglio delle mie possibilità e l’unico modo per avere tempo di scrivere è scrivere e basta, dunque guadagnare scrivendo, mantenersi scrivendo, vivere scrivendo (il mio è un punto di vista “economico”, non emozionale); ma il vero punto nevralgico di Tutto Questo è la lingua. Concentrarsi sulla lingua, sia che si scriva un racconto, un saggio narrativo o un romanzo: questa è la vera, unica, assoluta difficoltà-sfida-progettualità dello “scrivere" come atto professionale e consapevole. Comunque non c’è niente che io possa aggiungere in merito che non abbia già detto, e meglio, Iosif Brodskij nel suo discorso di ringraziamento alla consegna del Nobel nel 1987 raccolto da Adelphi in un volumetto dal titolo “Dall’esilio", perciò lo cito: 
«Un poeta, a differenza di chiunque altro, sa sempre che ciò che si suole chiamare volgarmente voce della Musa è in realtà il dettato della lingua; che non è la lingua a essere un suo strumento, ma lui stesso è il mezzo di cui la lingua si serve per continuare a esistere. […] Pur essendo sempre più vecchia dello scrittore, la lingua possiede ancora la smisurata energia centrifuga che le è conferita dal suo potenziale temporale, cioè da tutto il tempo che ha davanti a sé. E questo potenziale è determinato non tanto dall’importanza della nazione che la parla quanto dalla qualità della poesia scritta in questa lingua. Basterà ricordare gli antichi autori greci o latini; basterà ricordare Dante. E quello che oggi si va creando in russo o in inglese, per esempio, garantisce l’esistenza di queste lingue anche nel corso del prossimo millennio. Il poeta, ripeto, è il mezzo di cui la lingua si serve per esistere.»

Cosa fai quando ti trovi di fronte una bella storia? 

Ho sempre pensato che lo scrittore sia un male necessario e che i danni che può apportare a una “bella storia” siano più numerosi dei vantaggi (per questioni di ego, di maniacalità, di inesperienza, di eccesso di zelo, di semplice tracotanza connaturata al suo essere umano – quando non di incapacità beninteso). 
Almeno in una prima fase, diciamo subito dopo il concepimento dell’idea e dopo una specie di “accordatura del pianoforte” iniziale che potrebbe coincidere col primissimo sviluppo, sono convinto che lo scrittore dovrebbe se non farsi da parte, quasi. In che modo? Comportandosi come davanti a un grave che scivola lungo un piano inclinato: se la storia è quel grave, allora allo scrittore non resta altro da fare che controllare che esso non precipiti ai lati. Basta. La discesa e la forza di gravità e di accelerazione faranno il resto: lui non deve starsi a preoccupare. Migliore è la storia più inclinato sarà il piano.
Perciò ecco cosa faccio, più o meno, quando mi trovo davanti a una bella storia (ammesso che me ne accorga): mi faccio da parte.

Quale momento della stesura del romanzo ti ha appassionato di più e quale meno?

Rispondo in generale: la cosiddetta "prima stesura" mi appassiona sempre pochissimo.
Non trovo nulla di bello o di particolarmente piacevole nella scrittura in sé, che altro non è che un tentativo estremo e molto creativo di “traduzione” di un’idea: quando si scrive – qualsiasi cosa, se si nutrono velleità – si dovrebbe innescare automaticamente un filtro attraverso cui far transitare tutti i concetti, come tigri in un cerchio infuocato, al fine di renderli "letterari". Se non si fa questo si limita a “trascrivere” , non a “scrivere” (d’altra parte una tigre che salta è bella, ma una tigre che salta rischiando di arrostire è meglio). 
Tutta questa parte la trovo molto faticosa, alla stregua di qualsiasi gestualità lavorativa standard.
Nella “riscrittura”, invece, mi scateno. Lì sta il bello. Trovarsi tutto pronto perché già è stato fatto e potersi prendere il lusso di intervenire, anche drasticamente, su qualcosa di pre-esistente: è magnifico. Qui c’è la vera invenzione. il vero atto creativo, secondo me: scoprire, rileggendo pagina tredici, che l’evoluzione del personaggio a pagina duecento non è coerente, e valutare se cambiare pagina tredici, pagina duecento o tutto quello che succede nel frattempo. A volte questa cosa ti immobilizza nel bel mezzo del lavoro. Ti fa dire: ok, non fa per me. Non ce la farò mai. È troppo complicato. Ma poi puntualmente succede, succede qualcosa e tutto si incastra. Dà un’enorme soddisfazione.

Qual è il tuo rapporto con i personaggi? Sei tu che comandi o sono loro?

I miei personaggi sono miei schiavi!
Come diceva Nabokov, "Sono galeotti condannati ai remi”.
Ogni volta che sento qualche “collega” dire – a metà tra il new age, la psicanalisi, la meditazione trascendentale e l’esoterismo spiccio – che (immaginate adesso molte pause tra una parola e l’altra e molto sfiorarsi di labbra con le dita) i loro personaggi hanno una vita propria e si muovono in modo autonomo tra le pagine della storia, bla bla bla, o che addirittura sembra quasi che essi esistano davvero (orrore!) ben al di là delle intenzioni autoriali dello scrivente, eccetera, ecco quando sento qualcuno dire così a me viene subito voglia di colpirlo con un mattone per farlo smettere.
Avete presente quei tizi sull’aereo che si alzano in piedi e aprono le cappelliere non appena il velivolo ha toccato il suolo? Ce ne sono almeno un centinaio su ogni tratta, da sempre, da che esiste l’aviazione civile. Non li trovate insopportabili e immancabilmente stupidi e privi di qualsiasi forma anche basilare di intelligenza? Non vi convincete, ogni volta, che tra tutti loro neanche uno meriterebbe il vostro tempo? Ecco, quando scrivo io sono il Capitano e decido io quando è il momento di slacciarsi la cintura di sicurezza e di riprendere i propri bagagli. Non esiste che qualcuno disobbedisca: sono un tipo irascibile e fosse per me riporterei subito in quota l’aereo. Così poi vediamo. I miei personaggi sorridono quando decido io, sono felici quando decido io, parlano quando glielo dico io e muoiono quando penso che sia giusto che muoiano. Non hanno una vita: di vita ce n’è già abbastanza della mia.

E tu, scrittore, che lettore sei?

Né accanito né seriale. Immagazzino poco di quello che leggo e ricordo la metà.
Non ho nemmeno particolari riferimenti, quando scrivo.
Per me leggere è un atto di puro intrattenimento. Un diversivo. Finisce quando finisce il libro o pochissimo tempo dopo. Non ha nulla a che vedere con l’atto di scrivere, se non per un fatto: leggere può aiutare chi scrive a capire che ogni cosa si può trasformare in letteratura. Ogni cosa.

Dì qualcosa a un altro finalista.

Io ti spiezzo in due.

Qual è il personaggio letterario con cui andresti volentieri a cena?

Sandra Bullock in “Gravity” vale come risposta?

La Redazione

Menino vanto altri delle pagine che hanno scritte; il nostro orgoglio sta in quelle che abbiamo letto

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