Marco Missiroli – Atti osceni in luogo privato

Dire che un luogo comune è sempre vero è un luogo comune. Ed è sempre vero. Ma perché i luoghi comuni ci stanno così sulle balle? Perché sono così banali? Oh, la mamma è davvero sempre la mamma. E, purtroppo, in centro io faccio una fatica boia a trovare parcheggi. Quando qua era tutta campagna – e una volta era davvero tutta campagna – era molto più facile posteggiare, effettivamente, e a quel tempo il rock and roll non era ancora morto, e basta accendere la radio per averne la dimostrazione. Poi, certo, se vai dal medico te lo dice anche lui che il nuoto è lo sport più completo di tutti, peccato che la Juve vinca perché paga gli arbitri. Che noia. La questione è che un'affermazione diventa un luogo comune a causa della sua reiterazione continua, che la opacizza. Come se, a pronunciarla tante volte, nel suo passare di bocca in bocca per anni, a volte secoli, si logori, si svuoti e, sopra a tutto, si sputtani. 

Un luogo comune è un'affermazione detta troppo. I luoghi comuni sono delle verità sputtanate dall'uso collettivo (se lo sanno tutti, se lo dicono tutti, ci sarà qualcosa sotto, SVEGLIAAAA!!!111!!). E lo sputtanamento ne abolisce la funzione primaria e la loro raison d'être: dire delle cose vere o, comunque, rilevanti. L'eccessivo utilizzo di qualcosa, seppur neutro e non strumentalizzato, la peggiora, sia letteralmente che metaforicamente. Come quando l'ottone della maniglia della porta di casa diventa opaco perché lo hai impugnato con la mano troppe volte. È che le cose belle, vere e utili contengono dentro di loro l'invito alla reiterazione, e questa è una cosa bella con, spesso, un brutto esito, e succede in un sacco di campi diversi. Nei libri, per esempio, e nelle bibliografie degli autori. Quei capolavori della letteratura che però, ormai, pare banale citare tra la lista dei propri libri preferiti, troppo facile, io leggo solo racconti dimenticati del cugino di Philip K. Dick e le lettere che gli ammiratori analfabeti mandavano a John Fante. Se citi Camus all'aperitivo per fare il fico, non parlerai certo de Lo Straniero, troppo banale, l'hanno letto tutti. Molto meglio bullarsi di aver letto Metafisica cristiana e neoplatonismo, o La ghigliottina. E così via. Lolita di Nabokov? Ma no, meglio Un mondo sinistro o Risata nel buio. Il deserto dei Tartari di Buzzati? Boooring, vuoi mettere con Barnabò delle montagne? Ecco, è come se l'opera più importante di un autore sia stata letta e discussa e commentata così tante volte da aver perso la sua grandezza iniziale ed essere diventata il rifugio degli ignoranti letterari, lo slogan vuoto e ritrito di una grande mente. Non è giusto, non è vero ma va così. Ed è un peccato. 

Stessa cosa nel cinema o nello sport, per esempio. Chi è il tuo calciatore preferito? Maradona, forse? Pelè? Cristiano? Ma va, il mio è un ragazzino di diciassette anni che gioca nel River Plate, o un vecchio difensore coriaceo bulgaro che non ha mai espresso il suo potenziale per colpa della miopia degli osservatori europei. E nel tennis? McEnroe? Figuriamoci. Come sei banale. Come sei già sentito. Paga pure tu questo Negroni e riportami a casa. E la tua città preferita? Be', ma è Parigi, la Ville Lumière. Ah, davvero? Che originalità! Io amo i dolci canali di Lubjiana o le aspre mulattiere tra Valona e Durazzo. 

marco_missiroli_coverInsomma, ci siamo capiti. In un momento storico in cui l'accesso alle fonti e alla cultura è immediato e supersonico, i grandi classici (letterari, sportivi, geografici e sentimentali) sono diventati grandi luoghi comuni che si portano dietro un'aura di banalità imperdonabile. Come se la curiosità si misurasse nella ricerca della strada meno battuta e non nell'originalità del ripercorrerla con i propri piedi e la propria testa. Per fortuna che, in aiuto, ci arriva Atti osceni in luogo privato, il nuovo romanzo di Marco Missiroli che, a una prima lettura, può sembrare l'educazione sentimentale e sessuale di un bambino che diventa ragazzo che diventa adulto ma che, oltre e più di questo, funziona come il Sidol. Quella cremina, cioè, che strisci sulle superfici opache per farle ritornare lucide e brillanti. 

Iniziamo dal libro: è bello, è molto bello. E Marco Missiroli scrive che è un piacere. Il piccolo Libero Marsell ha dodici anni e si è appena trasferito da Milano a Parigi con la famiglia, per il lavoro del padre. E poi cresce e diventa adolescente, poi giovane adulto, poi adulto. Nel frattempo succedono un sacco di cose e si avvicendano un sacco di persone e Libero torna pure a Milano. Insomma, la formazione di un essere umano. E Marco Missiroli, per raccontarla, decide di usare un particolare punto di vista, un accesso diverso dal solito alla vita di Libero: la sessualità. Dall'onanismo matto e disperatissimo pre-eiaculatorio ai fidanzamenti, passando per le tacche da conquistatore e per le scoperte, terribili e meravigliose, dell'altro sesso. Tutto davvero molto bello ma, come dicevamo prima, c'è di più. 

C'è Parigi, c'è l'amore, ci sono i grandi film, c'è il grande tennis e ci sono i grandi libri. Soprattutto i grandi libri, che accompagnano Libero nella sua formazione culturale. E questi libri, e quei film, e quella città e quello sport sono gli stessi che elencavo prima tra le banalità da aperitivo andato male. Lo Straniero di Camus ha un ruolo importantissimo nella vita del giovane protagonista, così come Lolita, Il deserto dei Tartari e mille altri. E qui, proprio in questo punto arriva, secondo me, la grandezza del libro, che è riuscito a rendere questa iniezione di cultura nuova, fresca, pulita, lucidata e non banale. E secondo me riesce a farlo partendo da un assunto fondamentale, troppo spesso dimenticato: i libri, o i film, presi da soli, presi come opere in quanto tali, non contano nulla. Non sono nulla. Iniziano a funzionare, piuttosto, quando entrano in contatto con il mondo (Parigi e Milano) e con le persone (Libero). Quando si commensurano gli uni con gli altri e con i lettori che li fanno vivere. 

A questo proposito, qualche giorno fa in Feltrinelli ne ho parlato con Marco Missiroli per capire se stavo pensando a delle minchiate atomiche o se, effettivamente, potesse essere così. Spoiler: è così. Marco dice che i libri filtrano le emozioni di Libero e viceversa, i libri crescono e passano attraverso di lui. C'è un mutuo scambio di crescita e di sviluppo ed è questo che rende ogni libro sempre nuovo, perché sempre nuovo è chi lo legge. A un certo punto, poi, mi ha detto questa frase che mi ha fatto pensare molto: "Il deserto dei Tartari è il vero deserto dei Tartari solo se, quando lo leggi, ti senti solo". Oh, è vero. Scomodando Deleuze, il libro fa rizoma con il lettore e con il mondo. E la letteratura, e la cultura in generale, prolifera e si dà proprio a partire da questo incontro. Libero ringiovanisce i libri che legge e cresce attraverso i libri che legge. Questo è quello che ho imparato nelle 256 pagine di Atti osceni in luogo privato e questo è ciò che, fra tanti anni, quando all'aperitivo qualuno parlerà di Marco Missiroli e della sua bibliografia e Atti osceni in luogo privato sarà diventato un classico talmente classico da sembrare banale e opaco, ricorderò ai miei compagni di bevute e, soprattutto, a me stesso.  

Marco Missiroli – Atti osceni in luogo privato – Feltrinelli 2015 – 256 pagine – sedici euro

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

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