Matteo Righetto | La pelle dell’orso

Quali sono i romanzi finalisti alla Coppa dei lettori? Perché ci sono piaciuti? Chi li ha scritti? 
Approfittiamo di questi giorni prima delle votazioni finali per rinfrescarci la memoria, rispondendo a questi ed altri interrogativi con una serie di contenuti speciali dedicati ai cinque finalisti della Coppa dei lettori! 

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Se fossi nato con qualche decennio di anticipo, ai tempi in cui i nostri nonni facevano filò e si raccontavano un sacco di storie più o meno antiche seduti attorno ad un focolare, molto probabilmente avrei sentito raccontare la storia dell'orso-diavolo “il Diàol” che imperversava nei monti dell'agordino. E l'avrei ascoltata narrare col fiato in gola fino a che non mi fossi addormentato in maniera semplice e naturale, come fanno i bambini.

 

Per questo mi viene da dire che La pelle dell'orso di Matteo Righetto, edito da Guanda, è un libro semplice e naturale. Per quello che racconta e per come lo fa. È la storia del giovane Domenico e di suo padre Pietro che partono in direzione del bosco, zaino in spalla e fucile sottobraccio, per dare la caccia al terribile orso che terrorizza gli abitanti del paese. Lo fanno per l'avventura in sé, per una ricompensa, per vendetta e per redenzione. Domenico decide di partire anche perché un giorno avrà una storia da raccontare.

 

matteo-righetto_la-pelle-dell'orsoContagiato in tenera età dello struttural-funzionalismo, tendo a vedere nel romanzo dell'autore veneto una fedele adesione a certe teorie proppiane – le parti che compongono una favola possono essere trasferite da una all'altra senza fare danni – o vogleriane – le 12 tappe dell'eroe, qui piuttosto evidenti. Ma oggi, in via di guarigione, preferisco pensare a La pelle dell'orso come a una grande e semplice storia che, per quanto pubblicata nel 2013 e ambientata neglia nni '60, riesce a riproporre temi da sempre cari all'umanità tutta; temi lunghi e larghi, e per questo mai fuori moda come la paura e il coraggio. La paura dell'ignoto e la sfida alle cause del male, che fin dall'alba dei tempi l'uomo ha trasferito, per semplicità e naturalezza, agli elementi naturali incontrollabili: il fulmine e altri eventi atmosferici, oppure bestie feroci e indomabili che ci riportano alla memoria l'archetipo romanzesco di ogni bestia feroce e malvagia: Moby Dick. Attraverso vari passaggi siamo giunti al marlin hemingwayano, simbolo della costante sfida tra uomo e natura (non è un caso che il libro di Righetto apra proprio con una citazione del buon vecchio "Papa": «Oggi non è che un giorno qualunque tra tutti i giorni che verranno: Ma quello che accadrà in tutti i giorni che verranno può dipendere da quello che farai tu oggi», da Per chi suona la campana).

 

Inoltre La pelle dell'orso è chiaramente un romanzo di formazione, ed è un romanzo "furbetto", perché è il classico libro che un padre regalerebbe ad un figlio e che un figlio regalerebbe ad un padre. E bravo Matteo Righetto! Ma giochi facile, perché a me i libri che parlano di padri e figli piacciono un sacco, soprattutto quelli scritti con il punto di vista del figlio. Focalizzazione interna direbbero i narratologi di scuola genettiana, ma io preferisco pensare a E.T. e a Spielberg che ha scelto mirabilmente di girare gran parte del film con un inquadratura ad altezza occhi-di-Elliott (che poi sono anche gli occhi dell'extraterrestre). La citazione cinematografica non viene a caso perché, l'autore usa proprio il cinema per segnalare un momento topico del racconto:

 

Per un attimo gli sembrò di vedersi da fuori e assistere ad un momento importante e quasi magico, come se quei minuti e quell'istante in particolare fossero un capitolo fondamentale della sua vita, quello che la professoressa di italiano parlando di cinema avrebbe chiamato scena madre.

 

Il mondo di Domenico, e dei ragazzi in generale, è puntellato di scene madri, momenti importanti e magici, è popolato da parossismi della fantasia, creature mitologiche come le anguane e i mazaròl, oppure come un orso infernale, così infernale che ci manca solo che sputi fuoco. Ma non lo troverei strano, neanche quando la narrazione incrocia fatti verissimi e drammatici della storia nostrana come il disastro del Vajont. Non lo troverei strano perché questo è un grande racconto, semplice e naturale, pieno di cose un po' vere e un po' false, come quelli che venivano raccontati una volta per mandare i bambini a dormire.

 

Matteo Righetto, La pelle dell'orso, Guanda, 2013

Michele Marcon

Mi piace leggere, per questo leggo di tutto: le scritte sui muri, i foglietti illustrativi delle medicine, gli ingredienti sulle scatole di biscotti, le espressioni sui volti delle persone e sì, anche i libri.

4 Commenti
  1. Dopo il viaggio in Savana Padana, un’altra bella scoperta con la Pelle dell’orso. Aspetto il terzo. Consigliatissimo.
    Gianluca Marinelli

  2. Da qualche anno, almeno un paio, non finivo un libro. Non c’è tempo o non c’è la voglia o non c’è intesa, quando leggo non sono io a leggere, io ascolto quello che lo scrittore mi racconta. Stavolta mi sono fermato, e ho ascoltato tutto, non ho perso il filo del discorso, non mi sono distratto, ed è stato bello.