Paolo Piccirillo | La Terra del Sacerdote

Quali sono i romanzi finalisti alla Coppa dei lettori? Perché ci sono piaciuti? Chi li ha scritti? 
Approfittiamo di questi giorni prima delle votazioni finali per rinfrescarci la memoria, rispondendo a questi ed altri interrogativi con una serie di contenuti speciali dedicati ai cinque finalisti della Coppa dei lettori! 

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La Terra del Sacerdote è un romanzo che in fondo si spiega e si risolve nel luogo dove comincia a esistere per il lettore: nell’immagine di copertina. Te ne accorgi ovviamente dopo – per me lo è stato a distanza di due letture – che la foto di Carmen Spitznagel, una innamorata degli alberi e delle infinite sfumature che possono esistere tra nero e bianco, oscurità e luce, basta a se stessa, regala a chi arriva stupito alla fine del libro e ritorna per un attimo all’inizio, una conferma e un conforto.

Tornando, alla fine del viaggio, ti accorgi che il discorso è tutto lì: un albero piantato in una terra che potrebbe espandersi senza sosta in mezzo al nulla. Non è rigoglioso, è un albero che ha dimenticato i motivi del suo esistere da tempo, non dà più frutti, come la terra in cui ancora si sforza, non si sa a quale grado di sincerità, di credere. Tutto potrebbe finire lì, nell’oscurità di una vita arida di speranze, quella a cui è tornato Agapito per una combinazione di segreti che sorreggono la sua esistenza, dopo che anni prima aveva provato a rinnegarla fuggendo. Invece no, non si esaurisce tutto lì. Il perché sta in una frase detta una volta da Paolo Piccirillo, che ha coltivato con potenza e redenzione il paesaggio della Terra del Sacerdote: «Gli occhi vedono quello che vuole vedere il cervello. La sfida è far sì che accada il contrario». 

La letteratura di Piccirillo compie quel contrario e non potrebbe fare altrimenti: ribalta la rassegnazione, trasforma quei rami rinsecchiti nella radiografia di ciò che non possiamo vedere e che in fondo è l’essenziale. Quei rami aridi, secchi, burberi sono il tentativo di rendere sacro qualcosa che lentamente sta morendo un giorno alla volta. È qui la Terra del Sacerdote, in quell’uomo sotto il mantello in cui potremmo riconoscerci tutti, spettatori, lettori – guardiamo l’albero come lo guarda lui, siamo noi che diventiamo romanzo, sforzo, fatica, ricerca di una possibilità attraverso le parole di Piccirillo. Il miracolo che sfilerà quel mantello sarà lo sforzo della letteratura che, piantata dentro le cose, regala ad Agapito (e a noi tutti) la possibilità di nascere non di nuovo, ma per la prima volta («Nasciamo viviamo, moriamo, ma a volte non necessariamente in quest’ordine», recita l’epigrafe al romanzo, tratta da un episodio di Grey’s Anatomy). Ecco perché quei rami vanno oltre la nebbia, oltre quello che vuole vedere il cervello.

L’altro aspetto della Terra del Sacerdote su cui vale spendere qualche riga è l’apparente distanza, la necessità di prendere tutto ciò in cui si crede e portarlo da un’altra parte, per raccontarlo lontano da dove potrebbe avere terreno fertile e quindi vita facile. Nel romanzo si colgono subito temi di un’attualità devastante, di cui è così piena la realtà al punto da essere strumentalizzati anche nell’ambito della letteratura. Immigrazione, violenza, l’abbandono a terre e mondi che lentamente muoiono. Perché non raccontarlo là dove tutto questo continua a succedere nel modo più evidente e spettacolare possibile? Perché il Molise, Stoccarda, perché queste periferie dell’esistenza che non ti aspetti? Piccirillo si sposta completamente, il suo punto di vista effettua una traslazione necessaria. Forse ha bisogno di dirci che la lucidità per ricominciare sta lontano da dove crediamo sia giusto essere. O forse neanche tanto lontano. Non c’è differenza, non c’è distanza, il Molise è solo una provocazione: siamo noi a credere, con i nostri pregiudizi, che una terra del genere possa vivere nel dubbio di esistere. Si può raccontare qualsiasi terra anche da un’altra terra, perché non c’è soluzione di continuità né confine. Non può esserci nulla a dividerle, sarebbe comunque terra. E Piccirillo lo racconta in maniera nuova e magistrale.

Paolo Piccirillo, La Terra del Sacerdote, Neri Pozza, 240 pagine, 16,50 €

Luigi Mauriello

È un romantico nel senso fitzgeraldiano del termine. Nella vita scrive, beve caffè, va a caccia di refusi sulle locandine dei trasporti pubblici. Dategli uno spunto d'appoggio e con un paragrafo vi salverà il mondo.

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