#teamMuzzopappa

La protagonista di Affari di Famiglia esiste veramente, non solo nelle agili pagine del romanzo. Per questo l'abbiamo intervistata (al posto del suo autore, che è un tipo abbastanza noioso e di certo molto sgarbato, nei modi, nei toni e talvolta pure nell'aspetto).

Intervista esclusiva alla Contessa Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna

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Ci dica, Contessa, come va con suo figlio Emanuele?

Non so. Spero col tempo migliori. Non riesce a distinguere una donna da una rapinatrice, né ha mai sviluppato il dono della malizia… crede che la gente sia pura e cristallina come lui. Ma la purezza va bene per l'acqua e per i bambini fino a cinque anni. Gli alberi rigogliosi che affollano il paradiso dell'innocenza, in maturità diventano piante carnivore da cui bisogna sapersi difendere. Emanuele invece vede ancora vaste praterie di bontà e crede nel disinteresse di chi gli si avvicina. Quando tutti sappiamo che non è così. Io per prima, ogni volta che qualcuno mi si affianca per stringere la mano, ho sempre il sospetto che stia cercando di rubarmi il portafogli.

Tra le tante abilità di Orlando, il suo fido maggiordomo, in quale, secondo lei, eccelle?

È un maestro nell'arte culinaria. Più volte mi è capitato di suggerirgli l'iscrizione a quel programma di cucina in cui quei tre giudici trattano tutti a pesci in faccia. Lui non farebbe una piega e tornerebbe al suo posto concentrandosi sul prossimo piatto.

Cosa ne pensa dell’Expo?

Posso usare del sarcasmo?

Come crede.

Meglio di no.

Qual è, allora, il suo rapporto col cibo?

Posso forse apparire un tantino romantica, ma fin da piccola mi è stato insegnato a preferire un'alimentazione ricca di fibre piuttosto che ingozzarmi di carboidrati o grassi saturi. Potessi, mi ciberei unicamente di verdure e biscotti.

Però, odio il pesce. E non per il gusto o per quella faccenda antipatica delle spine. A me i pesci semplicemente fanno paura. Quando si è trattato di vendere le proprietà per far cassa, ho subito dato via la casa delle Cinque Terre, senza neanche pensarci. Ancora vivo con il trauma di quella medusa che mi si aggrappò alla gamba nell’estate del ‘51. Avrei provato un dolore peggiore solo se la avessi fritta in abbondante olio bollente. È da allora che non mangio pesce.

Un ricordo di suo marito Amedeo?

Aveva sempre un'aria piena di charme. Non l'ho mai visto una volta andare in giro ordinato e ben pettinato, nonostante non avesse poi tutti questi capelli (molto folti ai lati e inesistenti in cima).
Prima di uscire, sistemava sempre una rosa nel taschino e annodava un fazzoletto attorno al collo per nascondere i primi segni della vecchiaia.
Quando superi i cinquanta sembra che il collo non veda l'ora di piombare verso il basso.

Un ricordo invece di suo figlio Emanuele?

Vediamo un po’. Forse una festa della mamma di molti anni fa.

All'epoca era poco più di un pulcino con i capelli biondi da paggetto. Tornò a casa con questa scatola luccicante incartata alla buona.

Mamma, mamma! Questo è per te!

Emanuele caro, che bel pacchetto rosso. Di che si tratta?

È un regalo. L'abbiamo fatto a scuola con la maestra.

Un brivido di terrore percorse la mia schiena. Non che per la festa della mamma mi aspettassi una borsa di Vuitton, ma nemmeno quella specie di barattolo ricoperto di lana cotta che mi ritrovai tra le mani una volta aperto il pacchetto.

Ma grazie, tesoro. Questo regalo è splendido. Cos'è?

È un portapenne, mamma.

Questo?

Sì, mamma.

Ne sei certo?

Sì.

Non si direbbe.

È un portapenne, mamma.

Finsi di scrutarlo meglio per non ferire i suoi sentimenti.

Ah, ma certo! Ora lo riconosco! È proprio un portapenne! Ma che incanto!

L'ho fatto io con le mie mani!, mi disse tutto tronfio, neanche avesse progettato il Taj Mahal.

Ma che bravo, Emanuele!

Ci ho messo una settimana di lavoro, sai mamma?

Pensa in un mese cosa avresti potuto combinare!

Regalai il portapenne alla chiesa, sperando se ne liberassero in qualche una pesca di beneficienza. Dalle ultime informazioni, pare sia ancora lì su uno scaffale.

Parliamo del suo istinto materno.

C’è poco da parlarne. Non ce l’ho. So spazzolare i cavalli, addestrare cani, andare a caccia, ma quando si tratta di avere a che fare con i pupi una sorta di spillone da woodoo mi si conficca nella testa e comincia a surriscaldarsi.

Quando a margine di qualche inaugurazione in giro per il Piemonte delle mamme inopportune mi piazzano tra le braccia pargoli di pochi mesi per le solite foto di rito, io mi aggrappo saldamente ai miei nervi d'acciaio cercando di non infilare una lunga successione di parolacce.

Dica cheese, contessa.

E io sorrido a denti stretti, mentre uno sguardo allo stesso tempo tenero e assassino si posa sulla testa implume del poppante di turno, solitamente attratto dalla mia chioma grigia a forma di nuvola.

È che io con i bambini proprio non ci so fare.

Cosa ci racconta della sua educazione in collegio?

Sin da piccola ho imparato la sottile arte della doppia vita: fingere in pubblico e reprimere. Mai una pizza fuori, mai un cinema in mezzo alla gente, mai un'emozione esposta in pubblico. Ogni aristocratico che conosco é represso. Io stessa sono interamente repressa.
Nessuno mai si è preso la briga di chiedermi cosa volessi fare da grande; le bambine normali sognano di diventare danzatrici, parrucchiere, estetiste. Io dovevo fare la contessa, che di per sé non è una professione. A domanda, che lavoro fai, in collegio mi hanno insegnato a rispondere “io non lavoro. Io possiedo”.

Vuole spendere qualche parola per Muzzopappa?

Ho votato Missiroli.

Non avete un buon rapporto?

Pessimo. È logorroico e sociopatico. Si comporta come quegli anziani rinchiusi in ospizio che, incarogniti dalla loro condizione, non vedono l'ora di afferrarti il braccio, metterti a sedere con loro e raccontarti che razza di prostata si portano dietro e quanto sia difficile andare di corpo con quei grappoli di emorroidi che ormai gli fanno visita ogni santo giorno.

Lo so perché mio padre nei suoi ultimi anni di vita non mi parlava d'altro: i suoi argomenti preferiti erano il cruciverba e le emorroidi.

Le ha dato vita. Contessa, senza la sua penna lei non esisterebbe.

Avrebbe fatto meglio a usare la sua penna per scrivere messaggini d’auguri o per stendere i testi di quei programmi della tele tipo “Malattie Decorose” o “Proverbi Mortali”.

Con quale personaggio letterario andrebbe a cena?

Per quanto io detesti i bambini, ho molto amato il piccolo Christopher, protagonista de “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”. Molto dolce e tenero, al contrario di mio figlio Emanuele. L’avessero conosciuto, Fruttero e Lucentini gli avrebbero dedicato volentieri “La prevalenza del cretino”.

Le votazioni sono concluse.
Presto scopriremo insieme il vincitore!

Andrea Sesta

Vi parlo del mio mondo perfetto: una biblioteca grande come una casa, una donna adorabile al mio fianco, del cibo delizioso e storie di pirati fino a morire. Mi piace leggere, e quando ho tempo faccio anche il resto.

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