#teampiccirillo

Amici lettori, ci siamo. Sono i giorni dello scatto finale, delle affissioni abusive, del volantinaggio sfacciato, della lotta senza quartiere per convincere gli indecisi a votare compatti La Terra del Sacerdote di Paolo Piccirillo. L’unico romanzo che può dare un senso a quella Terra di Mezzo che è la letteratura italiana di oggi vincendo la prima Coppa dei Lettori di Finzioni.

Si sa che siete stufi di campagne elettorali e chiamate alle armi, come darvi torto. Ma La Terra del Sacerdote è un’altra storia, l’unica capace di dare inizio a una nuova era, di quelle che verranno ricordate nelle antologie di terza media, agli esami universitari, nei murales alle stazioni, nelle chiacchiere da bar nel futuro, tra una briscola e un tressette. Perché questo romanzo cambierà la letteratura mondiale e l’immaginario collettivo.

Per far sì che questo accada davvero, abbiamo bisogno in questi giorni del vostro voto e di quello di tanti altri. Perciò, una di queste sere, tornando a casa, chiamate i vostri amici, invitateli a bere una birra e ditegli: «Questa birra te la offre Paolo Piccirillo» (ed è vero, fidatevi). E se neanche allora riusciste a convincerli, beh, sentite questa.
Abbiamo chiesto a scrittori, redattori, critici letterari e lettori un endorsement, un commento sincero al romanzo di Piccirillo. Speriamo possa essere il jolly per convincere tutti voi.

E allora, perché, in definitiva, votare La Terra del Sacerdote alla Coppa dei Lettori?

Perché è un romanzo che sconvolge e fa bene. E l’unico tasso d’interesse che vuole alzare è il tasso di qualità letteraria:

«Perché votare La Terra del Sacerdote? Perché è un romanzo straziante, feroce, tenero e bellissimo a un tempo. Con una narrazione destrutturata ed essenziale, Piccirillo ci catapulta in un universo cupo e desolante, eppure tenero e compassionevole, in cui la visione manichea del mondo che classifica gli uomini in “buoni” o “cattivi” non ha più senso. O forse ne ha molto di più: è come un filo di sutura che tenti di ricucire i resti di un fondo malato. L’umanità che ci viene presentata è solitaria e disperata. Eppure, in questo inferno, si aprono squarci di poesia che hanno il profumo della speranza: bambine che in mancanza d’altro costruiscono bambole con calce e cemento, donne che hanno imparato a soffrire con gli occhi aperti, vecchi che si dicono “ti amo” in silenzio sfregandosi i piedi, un uomo che si porta addosso una croce e il soprannome della ferocia, gli esseri di una gamba sola che quando si innamorano tornano a camminare. Personaggi che restano dentro. Eppure il bene, tutto il bene di questo libro, si trova sparso lungo la strada, nei viaggi a ritroso attraverso le vite di ciascuno di loro, alla ricerca della chiave di volta che li ha condotti a incrociarsi, su una terra che non genera più frutti: ai crocicchi delle strade, oppure nascosto in frasi come questa: «L’uomo ha in mano un secchio di cemento fresco. Ha smesso di lavorare e sta cercando di ricordarsi quella sensazione, sua moglie, la frase “sono incinta”. Quando il caldo bollente lo avviluppa dentro, l’uomo chiude gli occhi e si rovescia il cemento in gola. Cementifica l’amore che ha nel petto e nella pancia, e aspetta che dentro diventi casa».
(Stefania Cantelmo, Tullio Pironti Editore)

Perché è un libro che mette d’accordo terra e cielo senza essere democristiano (pur parlando di sacerdoti):

«La Terra del Sacerdote è uno di quei libri che aprono varchi di speranza nella narrativa Italiana. Come per il suo esordio, Zoo col semaforo, Piccirillo riparte dalla natura per scrutare l'essere umano in ogni sua sfaccettatura. La raffigurazione accurata dei personaggi, una scrittura intima e visionaria, un intreccio narrativo denso di simboli, la diade vita-morte rendono La Terra del Sacerdote un libro da leggere tutto di un fiato e portano il lettore a confrontarsi con il proprio "abisso" e i il proprio "cielo". Il talento di Paolo Piccirillo già brilla e continuerà a brillare nel panorama della narrativa italiana e internazionale negli anni a venire».
(Dario Cetta, redattore di Extravesuviana)

Perché è una storia sincera, che supera crisi di lettura e ostracismi, proseguendo senza soste e compromessi:

«È un romanzo italiano scritto bene, che a leggerlo si soffre, si pensa, si fa il tifo per il protagonista che non si sa se è buono o cattivo e non importa – ah, quanto bello è andare al di là del bene e del male – si perde il respiro, lo si riprende, ci si arrabbia, ci si calma e si contempla, poi si corre, ci si ferma, si ricorda, si capisce un po’ e alla fine – che se non sei Kafka o altro ahimè c’è sempre una fine da gestire – c’è quell’ultima frase del romanzo che quando la leggi dopo tutto quello che hai passato a star dietro ad Agapito il sacerdote e a tutto il suo mondo italiano ma poco italiano in quel senso autoreferenziale del termine che circoscrive tanta narrativa nostrana negli angusti limiti delle cose di casa nostra – eh sì, proprio di “casa” –, dicevo dopo tutto quello che hai passato a star dietro ad Agapito e immerso nel suo tremendo mondo leggi quella frase, quell’ultima frase, e capisci che l’universo romanzesco oscilla tra espansione e contrazione e come si contrae, qui, in una sola frase, è semplicemente bello, ma come sono belle le cose veramente belle che trovarle non è facile».
(Antonio Russo De Vivo, redattore de Il Pickwick)

Perché Paolo Piccirillo è uno che sa quel che scrive e fa quel che dice:

«Conosco altri tra i finalisti della coppa di Finzioni Magazine, tutta brava gente, tutti narratori coi controcazzi, specie Morozzi e la Ciabatti. Ma ce n'è uno che per me è più bravo di tutti perché è amico mio. Si chiama Paolo Piccirillo, e passa tutta la mattina a letto, poi si alza e comincia a guardare le foto delle donne su facebook, mi chiama per farmi vedere quelle più carine, poi comincia a importunarle (ha imparato da me, ora ci sa fare). E così via. Ogni tanto scrive un po', va alle presentazioni, prenota un aereo e un albergo, va un po' da qualche parte (quando si tratta di prenotare aerei e alberghi io lo lascio sempre fare, mi fido). E nonostante tutto questo: Paolo Piccirillo è il più bravo scrittore giovane che c'è in Italia (dopo di me). Perché ha una cosa che quasi tutti quelli che scrivono non hanno: le storie. E il cuore per raccontarle. Io voto Paolo Piccirillo, La Terra del Sacerdote. Lo voto anche perché mi ha promesso, in caso di vittoria, di sistemare mio nipote Ferruccio che sono tre anni che non trova lavoro».
(Marco Marsullo, scrittore)

Perché La Terra del Sacerdote è l'inizio di un nuovo movimento letterario, e voi potrete dire un giorno di averne fatto parte:

«Paolo Piccirillo sta prendendo le misure al mondo e ai mali che lo affliggono. “La Terra del Sacerdote” è il primo passo di questo progetto, compiuto con grazia, originalità ed eleganza, non comuni, oggi, nel nostro paese. Votatelo».
(Marco Ciriello, scrittore)

Luigi Mauriello

È un romantico nel senso fitzgeraldiano del termine. Nella vita scrive, beve caffè, va a caccia di refusi sulle locandine dei trasporti pubblici. Dategli uno spunto d'appoggio e con un paragrafo vi salverà il mondo.

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