Emmanuel Carrère – La settimana bianca

La settimana bianca è una storia terrificante. E dire che io, fan spaccalanimo del Maestro King, sono abituato alle storie terrificanti (a volte, di notte, mi sogno ancora Rose Cilindro del Doctor Sleep che mi vuole mangiare). Ma questa è un'altra roba. Non meglio eh, e nemmeno peggio, proprio diversa. A partire da quel bianco malato della copertina, che già ti mette i brividi. 

Il motivo è semplice e terribile. Carrère delega l'orrore – o, meglio, la rappresentazione dell'orrore, l'ansia dell'orrore – a un bambino di dieci anni, Nicolas, depositario suo malgrado delle terribili profezie che si autoavverano. Nicolas ha talmente paura e, allo stesso tempo, è talmente eccitato dalla possibilità della paura (che nella sua mente diventa certezza e che la sua mente trasforma in certezza) da renderla reale, in quel modo che solo un libro, solo una finzione può fare. E non è un caso, credo, che La settimana bianca sia l'ultimo romanzo di narrativa di invenzione di Carrère. 

settimana-biancaIn breve, il piccolo e sfigato Nicolas, noto piscialetto, si trova con la sua classe di bulli in gita e inizia a fantasticare di cose terribili, convincendosi della loro ineluttabilità. Poi il finale ve lo andate a leggere voi, ma la cosa davvero interessante, e davvero sconvolgente, è che Carrère dice al bimbo: sogna, immagina, lambiccati tu al posto mio. Ti delego le mie fantasie, i miei orrori, le mie paure e poi, alla fine, ti punisco. E ti punisco per bene.

E l'unica tua colpa, figlio mio, è quella di essere ancora innocente. Bianco, possiamo dire, ma di quel bianco malato della copertina del tuo libro. O meglio, del tuo epitaffio.

Emmanuel Carrère – La settimana bianca – Adelphi 2014 – 139 pagine – sedici euro

Jacopo Cirillo

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