Giorgio Fontana – Morte di un uomo felice

C'è un blog, Fascetta nera, che immagino già conosciate, che ha incanalato il disagio e il dileggio di tutti noi verso le fascette dei libri, spesso totalmente inadeguate all'operazione culturale che abbracciano. A questo io vorrei anche aggiungere i blurb, le frasette di autori famosi in terza o quarta di copertina che dovrebbero convincere l'ingenuo lettore all'acquisto, legittimato e rassicurato dall'opinione di qualcuno meglio di lui. Solo che questo qualcuno non è MAI meglio di lui. Come non ricordare il meraviglioso e inintellegibile commento di Massimo Gramellini a Una sera a Parigi di Nicolas Barreau, un libro che non leggerò mai a causa della sua ermetica frase: "Non chiedo di più a un libro, alla vita ed a un bel film", affermazione che, oltre alla fastidiosissima "d" eufonica, instaura una gerarchia libro-vita-film che sarebbe davvero da approfondire. 

Comunque. Morte di un uomo felice di Giorgio Fontana ha una fascetta che, al contrario degli esempi qui sopra, mi è piaciuta un sacco: è acuta, intelligente e centra esattamente il punto di questo libro (che, per chi non lo sapesse, è nella cinquina finale del premio Campiello insieme a Roderick Duddle di Michele Mari):

«Che questo libro delicato, tagliente e doloroso sia stato scritto da un narratore italiano nato nel 1981, lo stesso anno in cui il suo protagonista viene assassinato, è per me fonte di consolazione. E di speranza»

L'ha scritta Benedetta Tobagi, figlia del giornalista Walter Tobagi, assassinato dalla "Brigata XXVIII marzo" il 28 maggio 1980. E ha proprio ragione. Ma non è tutto. 

mortefeliceSecondo me, Morte di un uomo felice è un libro fortissimo. Ma non nel senso di sei fortissimo!, come per dire che sei fico. No, io intendo proprio forza fisica, potenza, watt. Fortissimo perché, come dice Benedetta Tobagi, il fatto che un libro del genere (di che cosa parla? beh, per quello non vi resta che leggerlo) sia stato scritto da chi non c'era ancora in quegli anni è una bella cosa. Altrettanto bello è il fatto che, letterariamente, l'autore empirico venga annientato dalla narrazione. È come se questo libro l'avesse scritto la Storia, non Giorgio Fontana. 

Che poi io Giorgio Fontana lo conosco. Non lo vedo quasi mai, eh, ma qualche serata insieme ce la siamo fatta. E dunque, nel leggere il suo libro, mi aspettavo di scorgerlo tra le righe, di immaginarmelo mentre lo batteva al computer, di ritrovarne le tracce in quello che ha scritto. E invece no. Non mi è venuto in mente nemmeno una volta. Non mi è venuto in mente nemmeno una volta che sia stato qualcuno, in carne e ossa, a scriverlo. E qui sta la forza della narrazione: la capacità di annullare le zavorre del paratesto e convogliare verso di sè l'attenzione del lettore.

Uno strano caso di paraocchi che, al contrario di quello equino, amplia il tuo sguardo sulle cose. E, sempre al contrario del paraocchi equino, è pure scritto divinamente.

Giorgio Fontana – Morte di un uomo felice – Sellerio 2014 – 280 pagine – quattordici euro

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

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