Jeff VanderMeer – Annientamento

Per riuscire a raccontare bene questo libro ci vuole un bell'aneddoto. Prima di raccontare l'aneddoto, però, bisogna spiegare più o meno di cosa parla il libro. Annientamento è il primo capitolo di una trilogia fantascientifica, The Southern Reach, che proseguirà con Autorità, a giugno, e Accettazione, a settembre. Il genere è fantascientifico o, come spiega meglio Andrea Coccia qui, new weird, un ibrido che mette insieme fantascienza, fantasy e fantastico e che, da questo incontro, crea una quarta e originale via. La copertina è molto bella e l'ha fatta LRNZ, quello di Golem, per capirci. Comunque. 

Annientamento è un libro strano, contorto, malato, straniante, disagiante: quattro donne senza nome ma presentate solo attraverso quello che fanno – una biologa, un'antropologa, una psicologa e una topografa – partecipano a una spedizione nell'Area X, un luogo misterioso in cui la natura fa un po' quello che le pare. Poi succedono cose strane, misteri, parole fatte di licheni che scendono nell'oscurità, delfini dall'occhio furbo e luccicanze verdi, insomma, tutto il cucuzzaro. Ma non siamo qui per raccontarvi il libro, che sarebbe un peccato. Basti dire che, quando lo finisci, ti ritrovi abbastanza impaziente di leggere il secondo, ecco. 

L'aneddoto. Qualche giorno fa siamo andati a Torino, alla sede di Einaudi, per incontrare via Skype l'autore che, beato lui, era in Florida in una casa piena di gatti che gli saltavano in braccio e che lui accarezzava distraendoci tutti. Eravamo una ventina di persone e ognuno faceva la sua domanda. Quando è toccato a me, ho chiesto a VanderMeer una cosa che mi stava tormentando da qualche giorno. In poche parole, a un certo punto il gruppo scopre un grande buco nel suolo non segnalato sulla mappa e le quattro partecipanti decidono di vedere che cosa c'è là sotto. Solo che, mentre la biologa (protagonista e voce narrante del libro) battezza quel buco "torre", perché le sembra una torre che si sviluppa verso il basso e non verso l'alto, le altre tre continuano a riferirsi al buco con la parola "tunnel". Torre vs tunnel. E il bisticcio lessicale va avanti per tutto il libro, con la biologa che parla della torre e le altre che parlano del tunnel. Ora: questa dinamica è particolare, perché se io vedo un buco per terra, tendo a chiamarlo buco per terra. Non torre e nemmeno tunnel, visto che un tunnel è definito dalla proprietà di collegare un'entrata ad un'uscita. Se, in un certo senso, nominare qualcosa significa definirla, mi sembrava che la questione fosse rilevante e che la verticalità proposta dalla biologa si opponesse all'orizzontalità sostenuta dalle altre tre. 

annientamento-vandermeerBene, formulo la domanda e il buon Jeff si fa una bella risata per poi dirmi che effettivamente non ci aveva mai pensato, anche perché, per lui, un tunnel è di fatto un buco per andare sottoterra (mi ha fatto anche il disegnino). Ma a me il dubbio è rimasto. Forse è una questione di linguaggio, forse gli americani, con tunnel, non intendono solo qualcosa di orizzontale che unisce due punti di entrata e di uscita. Comunque, questa simpatica querelle mi ha fatto pensare a un po' di cose. Anzitutto che chi comanda è sempre il lettore e che le convinzioni dell'autore, dal momento in cui ha mandato il manoscritto in stampa, cessano di essere rilevanti. Per me il tunnel è orizzontale e la torre è verticale e, sempre per me, la dicotomia verticale/orizzontale nel libro riflette e articola la differenza di carattere, e di destino, tra la biologa e le altre tre malcapitate. 

La biologa infatti ci crede, ci crede sempre. Vuole approfondire, andare a fondo, scoprire che cosa ci sia lì sotto e ritornarci ancora dopo aver scoperto una delle tante terribili verità della loro maledetta spedizione. La biologa non molla. Le altre tre, e per non fare spoiler non ne farò morire nessuna, sono diverse. Diverso è il loro approccio al buco in terra e diverso l'approccio nell'affrontarlo e nel gestire l'impossibilità dell'Area X. Perché, per la biologa, quella cosa lì è una torre e come tale la tratta, scoprendo ciò che forse non avrebbe mai voluto scoprire. E mi piace, mi piace molto pensare che la struttura di un libro così complesso e tentacolare possa fondarsi, da un certo punto di vista, proprio su questa semplice e inavvertita contrapposizione geometrica tra il voler rimanere e andare in profondità rispetto al voler ritornare a casa, seppur tornare a casa dall'Area X sia un'operazione vieppiù complicata. Mi piace ancora di più sapere che l'autore non solo non ci aveva pensato ma, addirittura, non era d'accordo. Significa che il suo libro l'ha superato, che ha fatto di più di quello che chi l'ha scritto voleva che facesse. 

Se nell'Area X la natura batte l'uomo, lo sopravanza, lo annienta, anche la storia, questa storia potentissima e originale, supera i limiti dati dalla penna di chi l'ha vergata e affligge il lettore, ciascun lettore, a proprio modo. Nell'incontro con VanderMeer si sono fatte delle belle chiacchiere. Nell'incontro con il libro si è fatta la letteratura. E la cosa più bella è che abbiamo tutti ragione.

Jeff VanderMeer – Annientamento – Einaudi 2015 – 186 pagine – sedici euro

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

1 Commento
  1. A proposito di “buco”, “torre” o “tunnel”, ricordo qui una di quelle affermazioni-illuminazioni di Kafka a proposito di Occidente moderno e “spiritualità” moderna. Non ho presente il punto esatto della citazione che, in sostanza, è la seguente: l’antica Torre di Babele è diventata il Pozzo di Babele. Saluti