Orazio Labbate – Lo Scuru

C'è un aspetto della dinamica culturale che mi ha sempre fatto riflettere tantissimo: la sua asimmetria. Lo scarto enorme, cioè, tra il tempo di produzione dell'opera, qualunque essa sia, e il tempo di fruizione della stessa. Tipo: io per sceneggiare una tavola di un fumetto ci metto più o meno quaranta minuti, tu per leggerla ci metti quaranta secondi. Con il cinema, poi, la forbice è ancora più crudele perché i film prevedono il loro tempo di fruizione e il regista, se fa due conti, capisce l'esagerata differenza tra i due momenti che, di fatto, sono l'alfa e l'omega di tutto il cucuzzaro. Un vecchio saggio diceva che non si può perorare contro la struttura: le cose vanno così e basta. Non c'è niente da fare, non è che posso obbligare un lettore a scorrere una parola per volta mooolto lentamente o stare davanti a un quadro per qualche mese, prestando attenzione ai cambi di luce. C'è però una cosa che si può fare, un timido e asintotico tentativo di rendere giustizia a questa (lo diciamo? e diciamolo) disparità di classe.

Quel tentativo è, secondo me, il modo in cui funziona Lo Scuru, romanzo d'esordio di Orazio Labbate, super accolto dalla critica e dai lettori, con due bei mentori alle spalle che rappresentano i due momenti di cui parlavamo prima: Vanni Santoni, l'editor che, dunque, se l'è puppato per tutto il tempo della lavorazione e Antonio Moresco, il lettore eccellente che se l'è puppato per molto meno, giusto il tempo, appunto, di leggerlo. Lo Scuru è la storia di tal Raddizzu Buscemi, la cui onomastica fa chiaramente pensare alle Alpi innevate, che, ormai vecchio, si pasce in America e ricorda la sua gioventù nel paese natale, in Sicilia. Ovviamente non è che si ricorda tutto benissimo, sta pur sempre per morire, e dunque il viaggio che fa, e che facciamo noi con lui, è pieno di digressioni, visioni, esorcismi, magie e tanto altro. Bello, eh? Sì, ma non siamo qui per parlare di questo. 

lo_scuru_labbate_tunuc3a9Piuttosto, la cosa che mi piace di più del libro è la sua scrittura. È scritto difficilissimo, ma non come complessità di costruzione, piuttosto come linguaggio e immaginario. Leggo da qualche parte che ha una prosa ardita alla Bufalino; può darsi, non sono mai stato un grande fan di Bufalino. E non ero nemmeno un grande fan di Orazio Labbate, almeno fino a pagina 20. Perché faticavo un sacco ad entrarci dentro, a questa prosa ardita, faticavo e stavo per mollare. I termini usati, la mescolanza dialettale, le immagini quasi assurde, per quanto potenti e arcaiche. Poi non ho mollato, ho capito qual era il giro del fumo, e sono andato avanti. E a quel punto sì che mi si è aperto il suo mondo, il suo e quello della sua Sicilia. Oh, poi non è che dopo diventa facile, semplicemente ci entri dentro. Ma ci vuole tempo, tempo e pazienza. Ecco quello che fa Orazio Labbate: cerca di diminuire la forbice tra il tempo di produzione e quello di fruizione. Ovviamente è una missione impossibile ma non è questo. C'è una tensione verso il lettore, la voglia di farlo entrare dentro alla Sicilia (non è un caso, secondo me, che questo romanzo sia prima di tutto un luogo) e, per farlo, il lettore deve avvicinarsi il più possibile, dunque rendere più simile possibile – o almeno commensurabile – l'esperienza di lettura a quella di scrittura. 

Stiamo parlando di una tensione, quindi di una linea di forza che percorre tutta la narrazione. E si sente bene, e proprio sul crinale di questa Sicilia, scossa e vibrante (e che cos'è che la fa vibrare se non la tensione extradiegetica data da questo riavvicinarsi?) (ho scritto extradiegetica) che il buon Raddizzu prospera. Ed è proprio dentro a questo crinale che il buon Raddizzu muore. 

 

 

Orazio Labbate – Lo Scuru – Tunué 2014 – 128 pagine – nove euro e novanta

Jacopo Cirillo

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