Teresa Radice e Stefano Turconi – Il porto proibito

Giorno dopo giorno, giorno dopo giorno, noi bloccati, non un respiro né un movimento: inerti come una nave dipinta su un oceano dipinto.
Samuel Taylor Coleridge – The rime of the ancient mariner

 

Ci sono due cose che mi fanno venire un gran mal di testa, quando si fanno discorsi attorno ai fumetti. La prima sono le lamentele – e ne sento tante – sul prezzo di copertina. Intendiamoci: i fumetti costano POCHISSIMO. Costano quanto un romanzo, solo che hanno anche i disegni dentro, per dire, il lavoro, spesso di due persone, di ricerca, documentazione anche iconografica e tutto il cucuzzaro. E poi la stampa, i colori, gli extra e tanti altri aspetti che li rendono oggetti di valore (anche culturale) che costano poco e valgono tanto. La seconda cosa che mi fa venire un gran mal di testa quando si parla di fumetti è l'idea secondo la quale, se una graphic novel è molto bella, si dice: oh, guarda, sembra un romanzo, eh sì, i grandi fumetti sono letteratura disegnata (e NON citatemi Pratt, intendeva ben altro con questa frase), anche i fumetti possono essere letteratura. No. Ma quando mai. I fumetti non sono letteratura e, per fortuna, non vogliono nemmeno esserlo. Sono un'altra roba, un altro modo, un'altra narrazione, e non vanno paragonati a nient'altro se non a loro stessi. Essere letterario non è un upgrade. 

Molto bene. C'è un libro che risponde a tono, e molto meglio di me, a queste due minchiate: Il porto proibito, di Teresa Radice (sceneggiatura) e Stefano Turconi (disegni), pubblicato da poco per Bao Publishing (sì, sempre loro). Intanto, per il lavoro che ci sta dietro, a ventun euro è regalato: oltre trecento tavole meravigliose, disegnate a matita, di una precisione e un dettaglio davvero commoventi, belle da vedere, talmente belle da costituire un secondo livello di lettura a sé. Mai come nel caso del Porto proibito si può dire: io non leggo, guardo le figure. Sarebbe un peccato, però, perché i balloon sono pieni di cose molto interessanti e la storia è una bomba. Ma basta adesso, non siamo qui per parlare di questo, chiunque di noi ha abbastanza diottrie e abbastanza cuore per capirlo anche solo sfogliandolo. Parliamo d'altro. 

Prima un minimo di contesto: Plymouth, 1807, un ragazzetto di nome Abel non ricorda nulla del suo passato, probabilmente vittima di un naufragio, e cerca insistentemente di capire quale sia il suo posto nel mondo. Conosce le tre figlie del capitano Stevenson, amato da tutti ma scomparso e accusato di reati ignominiosi e, soprattutto, conosce la bellissima Miss Riordan, anche lei con passato oscuro e segreti mica da ridere. Succedono molte cose ad Abel, fa viaggi in mare, capisce qual è il suo destino e come rincorrerlo e, sullo sfondo del mare, si staglia tra la nebbia il porto proibito, una banchina lontana che solo pochissime persone riescono a vedere. Poi c'è il finalone e altre meraviglie che lasciamo alla lettura. A un certo punto, però, esattamente a pagina 83, c'è questa vignetta che non riesco a togliermi dalla testa: 

Dettaglio_il_porto_proibito_BAO

Narrativamente conta poco, quasi nulla. Abel va a fare la spesa per le tre ragazze, è un po' distratto e si dimentica di prendere il resto. Il vecchio commerciante lo chiama da lontano e gli tira una monetina. Abel si volta e si prepara ad accoglierla. Tutto normale. Solo che manca qualcosa, in questa vignetta: le linee di movimento della moneta. Essendo i fumetti una giustapposizione di immagini statiche, per rendere l'idea di movimento senza ricorrere a due vignette consecutive prima/dopo si usano appunto le linee di movimento, tratti che fendono l'aria e suggeriscono lo spostamento all'interno di un fermo immagine. Qui non ci sono. Sembra una scena cristallizzata, con il vecchio immobile e la mano destra protesa in avanti, il giovane in torsione con la mano sinistra aperta e un dischetto di metallo al centro, sospeso. Una moneta dipinta in un mercato dipinto. Proprio come la nave del vecchio marinaio di Coleridge, nave dipinta in un oceano dipinto, sorpresa da una violenta tempesta e da una bonaccia infinita, brano citato nel Porto proibito che ci porta in dote tanti altri grandi autori, tipo William Blake e William Wordsworth, Stevenson e Conrad. 

Dentro questa piccola vignetta ci sta dentro tutto: il destino di Abel, il destino del vecchio marinaio, il destino di Miss Riordan e, soprattutto, il segreto del porto proibito. Nel niente si annida il tutto, nel dettaglio si dispone l'universale, nella bonaccia si prepara la tempesta. Abel è bloccato e deve sbloccarsi, in qualche modo. Deve aggiungere linee di movimento alla sua staticità, alla sua mancanza di memoria. Se non si ha memoria, non si conosce il passato ma nemmeno il futuro, si vive solo nell'eterno presente, nel T con zero di Calvino. Ma qui stiamo parlando di marinai e i marinai si definiscono attraverso il loro continuo movimento e le navi funzionano grazie e malgrado la loro velatura. Bella roba, eh? Prova a farla con la letteratura. 

Ecco allora la risposta alla seconda minchiata. I fumetti non sono letteratura perché ci dicono altre cose in altri modi. Intendiamoci: non è che un romanzo non possa farlo, semplicemente lo fa in un altro modo. E i disegni, e il tratto, e le parole e l'intreccio, qui, si accordano per creare un'opera davvero commovente, poetica a tutti i livelli: nei testi, nelle citazioni, nei movimenti, nelle tracce leggere della matita, nella cura dei dettagli, nel messaggio, nella morale e, più di tutto, nella bellezza. Il porto proibito è una cosa bella, di quella bellezza pura, semplice, pulita. La stessa bellezza del mare, talmente grande da poter essere contenuto in una sola parola. 

 

Teresa Radice e Stefano Turconi – Il porto proibito – Bao Publishing 2015 – 312 pagine – 21 euro

Jacopo Cirillo

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