Thomas Ligotti – Teatro grottesco

Bruce Sterling è un autore di fantascienza americano che tiene un Tumblr. Sul suo Tumblr, qualche tempo fa, ha postato una serie di immagini sfuocatissime dal titolo: Italians really dig Lovecraft. Ed effettivamente è vero, qua in Italia a noi Lovecraft piace un casino. Ci sono i fumetti, i documentari, i libri di e su HPL e tutto il cucuzzaro. Non so perché piaccia particolarmente agli italiani, di certo so che a me piace perché articola attorno a sé un'uniformità di vedute: chiunque l'abbia letto, anche solo per dieci minuti dieci anni fa, riesce facilmente a ricondurre le sue tematiche a un universo estetico e – non so come dirlo meglio – timbrico coincidente con quello di tutti gli altri: il famoso (e sputtanato) Universo Lovecraftiano. Bella roba, ma cosa c'entra Thomas Ligotti? C'entra, e non tanto per le evidenti somiglianze nelle atmosfere dei racconti, quanto per due aspetti: una parola desueta e un fun fact della fisica del suono. 

La parola desueta è ctonio. E mai come in questo caso, il significato e il significante si congiunturano allegramente tra loro, con quel dittongo iniziale che trasforma la gola in un buco senza fine, pieno di amorfe escrescenze d'abissale confusione. Ctonio è il fiato che ti muore in gola, è il sotterraneo in cui tuo padre compie esperimenti bizzarri e misteriosi. E il mistero ctonio, quello di Ligotti come quello di HPL, è una visione dell'autore e un incubo per il lettore, fatto di quelli stessi incubi che il buon Nic Pizzolatto ha deciso di riadattare in quel capolavoro che è la prima stagione di True Detective. CT, provate a pronunciare solo CT, sembra un corpo morto che cade in un pozzo, una porta che si chiude. Ed è proprio nello scarto tra chi sta davanti e chi sta dietro a quella porta (e chi sta sopra e in fondo al pozzo) che prolifera il senso di tutto quanto. Ma andiamo avanti. 

Il fun fact della fisica del suono è questo: 

La nostra voce registrata ci sembra strana, brutta, diversa. Ci sembra altra da noi, perché effettivamente è altra da noi: il cervello deve elaborare due canali audio contemporaneamente: quello della voce esterna al nostro corpo, la trasmissione aerea, e quello delle vibrazioni delle corde vocali che attraversano le ossa e ci fanno percepire, dall'interno, un tono di voce molto più basso. Ctonio. La voce proviene dalle profondità del corpo, come i racconti di Teatro grottesco che sono allo stesso tempo dentro di noi e altri da noi; e lo sfregamento delle alterità produce una sensazione di disagio molto più strisciante di un semplice spavento. 

Il buon Roland Barthes parlava di eccedenza costitutiva riguardo alla voce, dicendo che: 

Non esiste scienza (fisiologia, storia, estetica, psicanalisi) che esaurisca la voce: per quanto si classifichi, si commenti storicamente, sociologicamente, esteticamente, tecnicamente, ci sarà sempre un resto, un supplemento, un lapsus, un non detto che si designa da solo: la voce. 

E non è tutto, anzi, non è ancora nulla. La voce ha una enorme componente autografica: io non mi vedo vedere ma mi ascolto parlare; è il suono primigenio del bambino quando nasce, così non-linguistico da diventare oltre-linguistico, piucchelinguistico. L'altrettanto buon Carlo Sini diceva che: 

Nel gesto vocale da un lato io sono il risultato e l'origine del gesto, dall'altro ne sono l'oggetto. Non c'è infatti un soggetto del gesto già costituito. Il bambino infante strilla, ma lui non ne sa nulla poiché non c'è per lui alcun "io". Questo gesto vocale determina però un rimbalzo per il quale la sorgente che lo ha emesso anche lo ode. E' così che si determina il Sé come risultato, sebbeno questo risultato sia il medesimo dell'origine del gesto. Là dove si manifesta il risultato, proprio nello stesso luogo c'è l'origine, poiché là dove il soggetto è avvertito è anche sorto. 

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Uooaa! Origine e risultato si formano nello stesso momento e nascono dalla stessa fonte: quando un soggetto avverte se stesso, proprio in quel momento sorge come tale. Bella roba, soprattutto alla luce di quanto detto prima: la voce (sonora e metaforica) di Thomas Ligotti è causa ed effetto, interna ed esterna – al di qua e al di là della porta – ed è luogo di un'identità combinatoria. Quando leggi Ligotti (forse addirittura più che in Lovecraft), tu lettore e lui autore diventate simultanei e, allo stesso tempo, separati da uno scarto impossibile, quello delle pagine, delle storie, di quel mondo interno che risuona nelle ossa, le fa vibrare e, ctonio, esce a brandelli da una bocca vecchia e sfatta da millenni. E quelle semplice pagine di carta (a proposito, un plauso al Saggiatore che l'ha pubblicato e a Luca Fusari che l'ha tradotto benissimo) sono una membrana fragile, il raccordo tra un mondo pieno di voci gioiose e squillanti – il nostro – e un mondo fatto di ossa che vibrano e visioni da incubo – il suo, pronti a combinarsi, a diventare uno, nella lettura. 

Thomas Ligotti non è un autore e non è nemmeno i suoi libri: piuttosto è quello che ci sta in mezzo, quel momento indefinito e indefinibile tra l'origine del gesto (la scrittura) e il suo risultato (la lettura), quell'attimo impossibile tra un avvertimento e il suo ineluttabile – e ctonio – sorgere. Ligotti è quella nostra voce che non vogliamo sentire perché, nonostante sia una parte di noi e nonostante si porti dietro le nostre viscere, ci fa paura. Come si può, in effetti, non aver paura di se stessi? 

 

Thomas Ligotti – Teatro grottesco – Il Saggiatore 2015 – 281 pagine – diciannove euro

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

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