Tommaso Giagni – L’estraneo

Ci sono due Rome: quella delle rovine – il centro storico, la Roma bene, i fighetti – e quella di Quaresima – la periferia, i palazzoni tutti uguali, i coatti. Due sistemi eterogenei che non c’entrano nulla l’uno con l’altro. In mezzo, il protagonista, nato in centro, partorito dalla borgata e ritornato alla base dopo i suoi primi vent’anni. Basterebbe questo per farci esplodere allegramente il cervello e, nonostante la deflagrazione, continuare a sorridere e riprendere il libro in mano. Per sapere come va a finire.

Perché l’estraneo del titolo, non a caso senza un nome proprio, possiede i codici della Roma per bene e decide di spostarsi in periferia da cui di fatto proviene, senza esserci mai stato. La curiosità allora è: come farà? Come riuscirà a far dialogare due mondi così diversi? Semplice: basta trasformarsi in segno interpretante.

Charles Sanders Peirce definiva il segno interpretante anche come mediatore tra mondi, punto di frontiera che riesce (o prova a) instaurare una commensurabilità tra sistemi eterogenei, facendoli dialogare tra loro attraverso se stesso. Ma smettiamola di scrivere difficile. Il protagonista è entrambe le Rome e, per questo, non ne è nessuna. Non appartiene a nulla ma in qualche modo deve riuscire a orientarsi, altrimenti rischia di ritrovarsi da solo in casa a rompersi le balle o, peggio, prendersi i coppini dai coatti della sua palestra, sempre pronti a stendere il braccio nel saluto romano o nel bilanciere sempre troppo pesante.

E allora inizia il suo cammino verso la commensurabilità, verso la sintesi dei due mondi. Un percorso che è lungo tutto i libro e passa per il linguaggio, più che per le azioni. Parla bene, l’estraneo, cita Goya e Chagall come se fossero calciatori della Maggica ma ogni tanto puntella il suo eloquio con frasi come “m’acchiappava p’un braccio” oppure “qua il cielo buia più tardi”. Singhiozzi dialettali portati alla luce da culturisti che sbriciolano parole in versi gutturali e gigolò che si abbassano a tutto per una Ferrari da esibire nel quartiere.

Ma non ci riesce, non può riuscirci, per definizione. Perché l’inghippo del segno interpretante – evvedi che c’era la fregatura – consiste proprio nell’impossibilità strutturale di decidere la propria propensione.

Il Grande Raccordo Anulare, pur essendo tecnicamente Roma, non appartiene né a quella delle rovine, né a quella di Quaresima, tuttavia ha trovato il suo scopo, la sua appartenenza: si immola per la loro percorribilità, le unisce nel momento stesso in cui le separa. L’estraneo, invece, colui che vuole tenere le due città unite e distinte allo stesso tempo, deve accettare di essere irrisolvibile per definizione. Perché essere estraneo senza sapere da che cosa proprio non si può. 

 

Tommaso Giagni – L'estraneo – Einaudi 2012 – 150 pagine – 14 euro e 50

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

3 Commenti
  1. Io sono riuscito a far convivere le due dimensioni di vita così distanti tra loro, ma non sono mai appartenuto alla Milano “bene”, anche se di quella ho coltivato una singolare inclinazione verso la cultura che, in ogni caso, detesto perché portatrice di pregiudizi difficili da individuare. Ho vissuto lunghi anni (abitato non corrisponderebbe al dramma esistenziale subito) a Quarto Oggiaro, la Scampia del nord milanese, nonostante io sia milanese di nascita e famiglia, dunque a Milano ho subito il razzismo di ritorno destinato agli sparuti e pochi milanesi di quel quartiere ghettizzato dove, per un periodo troppo lungo, il numero dei morti ammazzati superava quello delle nuove nascite. Per sopravvivere in mezzo a quella bolgia infernale ho dovuto, fin da ragazzino, frequentare assiduamente, e per anni, una palestra di karate, abbandonata solo dopo aver iniziato a fumare le canne che mi deprivavano dell’equilibrio necessario a sferrare i calci circolari (Mawashi geri).
    La mia presenza nel gruppo dei coatti, laterale a quello dei fricchettoni di cui ero una presenza significativa, era tollerata a fatica dai coatti malavitosi, e le risse tra i due così diversi gruppi accomunati dai sessanta centimetri quadrati di verde a testa, facili a scatenarsi, ma alla fine prevaleva, insieme alla necessità di sopravvivere occasionalmente delusa, quella della condivisione di un’emarginazione talmente violenta da far apparire la nostra violenza come sopportabile. Ecco cosa ha costituito il collante della vita, se non di una dimensione, che avevamo in comune: la disperazione. Che poi mi pare essere elemeto principale della colla che tiene in piedi anche i quartieri alti, all’insaputa di chi vi abita.