Citofonare all’ultima pagina

Questo è un libro infinito con un preciso numero di pagine. Il condominio di Parigi in rue Simon-Crubellier contiene una ventina di appartamenti con un infinito numero di storie. Le due cose – libro e condominio – hanno un narratore-abitante che si muove lungo scale, perimetri e planimetrie per estrarre il tutto narrabile. Tutto significa che nulla verrà lasciato senza una storia, compresa la lista della spesa.

Uno scrittore può decidere di abitare il suo libro. Accade quando i personaggi non si muovono da soli nel corso di un’unica vicenda ma vengono raccontati sempre insieme al loro ambiente domestico, ai feticci che li circondano e ad una serie di dettagli inutili che accompagnano la vita di ciascuno senza possederne mai il peso morale, il valore di coscienza. Pensate ad un signor Bartlebooth che una mattina si sveglia e decide di imparare l’arte dell’acquerello con una lezione al giorno per dieci anni, dipingendo ogni quindici giorni un porto di mare diverso per vent’anni, inviarlo all’artigiano Winckler e farlo tagliare in un puzzle di settecentocinquanta pezzi:

si metteva a pensare alla vita tranquilla delle cose, alle casse di stoviglie piene di trucioli, agli scatoloni di libri, alla luce cruda delle lampadine nude ciondolanti in fondo al filo, alla lenta sistemazione dei mobili e degli oggetti, al lento adattarsi del corpo allo spazio, tutto l’insieme assommato di eventi minuscoli, inesistenti, non raccontabili ( G. Perec, La vita istruzioni per l’uso, Rizzoli 1984, p. 138)

Nel mezzo di questa strana missione accade la normalità più curiosa e difficile da raccontare. Per capire cosa sia questa dimensione che partecipa al corso della vita più di quanto si possa immaginare è bene sapere ad esempio che sul divano della signora Moreau c’è un giornale piegato in modo da far vedere le parole crociate o che il prozio di Bartlebooth era un ricercatore di esemplari unici come l’ottobasso, che l’urlatoio dei Marquiseaux contiene un gong di bronzo algerino, che l’ex inquilino di casa Plassaert era un combattente delle brigate internazionali, divenuto libraio di occasione dopo l’evasione dal campo di Lurs, che la signora Crespi sogna un becchino e che Gilbert Berger scende le scale con un anello di latta tipico delle bubblegum nelle confezioni intitolate “gioia di donare, piacere di ricevere” da distributore automatico.

Fingendo che questo sia sufficiente, La vita. Istruzioni per l'uso di Georges Perec  coglie l'esagerata flessione del dettaglio, i particolari che mai nessuno si è mai sognato di descrivervi. Ogni patafisico sa che specificare conta più che infiocchettare un bel finale. Così soggiornare dentro questo libro condomino significa darsi alla barocca investigazione non tanto della profondità dei suoi abitanti quanto della disposizione extra-superficiale dei suoi giacigli. Ricette, promemoria, titoli di volumi improbabili, vocaboli perduti, vizi e manie di uomini soli che vivono abitudini necessarie per far muovere la vita, la trascurata scenografia che contiene tutte le storie possibili. L’ordinario non cede mai al banale: esso muove una materia in grado di farsi caricatura e miniatura a seconda della crepa da cui spiare. Compito del lettore sarà riordinare gli strati dell’intera abitazione consapevole che non sarà mai facile trovarne la fine.

Arrivati infatti all'ultimo piano dell'ultimo appartamento con dentro l'ultima collezione di pregiata carta da lettere forse scritta dall'ultimo inventore di lancette, come dire, arrivati a fine libro, potrebbe non rispondere nessuno.

Niente panico: qualcuno avrà sicuramente saltato una parte del tutto. Tornate indietro con calma, pensate che anche il decespugliatore nasale fa parte della storia del mondo e ricordate che l'ascensore dei lettori è quasi sempre rotto.

 

Marina Guerrisi

Quando mi facevo consegnare dalla filosofia qualche chiave del sapere, dimenticavo sempre di chiedere quale fosse la porta. Da allora colleziono serrature in legno, merletto, ferro e vimini. Quando la toppa diventa uno strumento musicale, potresti far girare la chiave sbagliata per sempre. Trovarsi nell'arte é non voler mai aprire.

1 Commento