Quello che Joan Didion ci ha insegnato sul dolore

Life changes fast. 
Life changes in the instant. 
You sit down to dinner and life as you know it ends.

Queste parole, scritte da Joan Didion pochi giorni dopo la morte del marito e amore di una vita, John Gregory Dunne, sono ormai una citazione ricorrente quando si parla della grande scrittrice americana, quasi uno status da bacheca di Facebook. Tre brevi frasi che se analizzate con distacco e fuori dal loro contesto non contengono nessuna rivelazione, che sono forse banali ma di una banalità illuminante. La loro forza sta proprio nell’essere le parole che ognuno di noi avrebbe potuto dire, quelle che fanno capolino ogni tanto in un momento di apparente normalità a ricordarci che la vita, così come l’abbiamo finora vissuta, può cambiare in un istante. 

L’istante al quale fa riferimento la Didion è la durata dell’infarto che le ha portato via il marito John mentre lei era seduta allo stesso tavolo a mescolare l’insalata. La cena è quella del 30 dicembre 2003, la sera prima dell’ultimo dell’anno, la sera in cui lei e Dunne erano appena tornati dal reparto di terapia intensiva del Beth Israel North dove la figlia Quintana si trovava da cinque giorni in coma farmacologico per le complicazioni di una polmonite. Un primo scotch servito al marito davanti al fuoco, un secondo bicchiere prima di mettersi a cena, una frase sulla Prima Guerra Mondiale, forse legata a un libro che John stava leggendo, o sul drink che stava bevendo, e un istante dopo il marito è immobile in un modo così improvviso da farle pensare a uno scherzo mal riuscito.

Didion abbozza quelle tre frasi a gennaio 2004, poi non scrive più una riga per mesi. È da quelle parole però che il 4 ottobre 2004 riparte per scrivere il memoir The year of the magical thinking (L’anno del pensiero magico, in Italia edito da Il Saggiatore nella traduzione di Vincenzo Mantovani), il resoconto dell’anno immediatamente successivo alla morte del marito e alla malattia della figlia, racconto che le è valso il National Book Award per la non fiction nel 2005 ed è diventato uno dei migliori libri mai scritti sul dolore e sullo spaesamento causati dalla perdita, il libro grazie al quale oggi, celebrando l’ottantunesimo compleanno di questa minuscola grande donna, siamo qui a chiederci che cosa ci ha insegnato Joan Didion sul dolore.

La prima cosa che Joan Didion ci rivela sul dolore è nuovamente qualcosa che abbiamo sempre immaginato, anch’essa una non rivelazione: il dolore, per quanto lo aspettassimo da sempre, quando arriva non è mai come lo avevamo immaginato. Grief, when it comes, is nothing like we expect it to be. Didion traccia una distinzione tra il lutto, la tristezza, la solitudine seguita a una perdita (quella degli anziani genitori, ad esempio) della quale puoi comprendere l’inevitabilità e in seguito alla quale puoi continuare e svolgere azioni quotidiane e consapevoli come pianificare il menu per il pranzo di Pasqua o ricordarti di rinnovare il passaporto e il grief, il dolore che non ha distanza, che rende irrazionali e ciechi, che è l’opposto del senso e ha pertanto il potere di alterare la nostra lucidità e renderci irrazionali. L’incapacità di pensare razionalmente seguita alla morte del marito è all’origine di questo libro, è il "pensiero magico" evocato nel titolo, un concetto antropologico, primitivo, che colloca un “se” all’inizio di ogni proposito. L’anno del pensiero magico è dunque l’anno durante il quale Didion ha continuato in un modo a lei stesso oscuro a negare l’irreversibilità della morte di John e a pensare che una serie di azioni o non azioni lo potessero riportare da lei: come avrebbe potuto tornare se lei avesse autorizzato il trapianto di organi? Come sarebbe tornato da lei senza scarpe, se lei si fosse disfatta delle sue cose? 

La risposta alla perdita della razionalità Didion la cerca ancora una volta nella conoscenza, come ha sempre fatto sin da bambina: l’informazione è controllo, in un momento critico leggi, impara, cerca rifugio nella letteratura. Da qui nasce l’esplorazione di quanto sia stato scritto sull’argomento, la stesura di una bibliografia del dolore che le si rivela subito nella sua manchevolezza. Ed eccoci alla seconda scoperta: nonostante il dolore sia un sentimento molto diffuso, la letteratura in merito è molto scarna. Didion trova decine di manuali di self-help per lo più inutili, una corposa letteratura scientifica fatta di testi psichiatrici o psicologici, e solo una manciata di esempi in letteratura: una serie di riflessioni scritte da C.S. Lewis dopo la morte della moglie, A grief observed, in Italia pubblicato da Adelphi con il titolo Il diario di un dolore; qualche passaggio contenuto in un romanzo, come quello sull’impatto devastante della morte della moglie su Hermann Castorp, padre di Hans, protagonista de La montagna incantata di Thomas Mann; alcune poesie, come quelle di Gerard Manley Hopkins, che il marito John Dunne aveva recitato come un rosario nei mesi successivi al suicidio del fratello. 

Oggi, dieci anni dopo, quella lista sarebbe probabilmente più lunga, grazie alla diffusione negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione del memoir della Didion di una serie di opere di non fiction che hanno raccontato il dolore personale con risultati stilisticamente alti e lontani dalla manualistica – dal Philippe Forest di Tutti bambini tranne uno (2005) al Julian Barnes di Livelli di vita (2014), che non a caso cita la Didion e C. S. Lewis tra gli esempi antecedenti a lui – soddisfacendo il nostro bisogno di immedesimazione, la ricerca dell’esperienza dell’altro quando veniamo colti da qualcosa che non sappiamo come affrontare nonostante lo avessimo sempre aspettato.

Ma torniamo alla Didion e all’ultimo aspetto che vogliamo sottolineare qui e che riguarda lo stile, un elemento che ogni critico ha elogiato all’alba dell’uscita del memoir, ma che qualunque lettore comune non potrà non aver notato: si può parlare del dolore in modo lucido e onesto, con un equilibrio, un controllo e una compostezza apparentemente antitetici alla portata devastante e intima di quello che si racconta. È forse questa la cosa più difficile di tutte, quella in cui Joan Didion ha saputo essere unica. Chiunque lo abbia letto sa che questo non è un libro deprimente, per quanto la materia sia il dolore più profondo, anzi, è un libro arricchente, a tratti leggero e ironico, che conserva il ritmo e la prosa della migliore Didion.

Quello che oggi è un classico della letteratura, un libro da National Book Award, nasce quindi come l’umano tentativo di dare un senso alla perdita. Fin dal suo pezzo Why I write (1976), un omaggio a un saggio di Orwell dallo stesso titolo, la Didion sottolineava il valore terapeutico della scrittura, la scrittura come forma di meditazione e scoperta di sé. Quando la vita le ha posto una domanda, Joan Didion ha scritto per trovare una risposta. In quella risposta oggi noi apprezziamo non solo il valore terapeutico della lettura, ma anche la bellezza della letteratura. 

Francesca Modena

Francesca Modena, nata a Modena, vive e lavora a Modena. Si alza all’alba per scrivere e correre. È fermamente convinta di essere giovane.

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