La scrittura di Baudelaire (1821-1867) è emblematica del rapporto tra droga e cultura francese di metà ottocento. L'esperienza inglese di Coleridge, De Quincey, Mary Shelley filtra nella sua poesia «che esprime l'orrore con religiosa maesta», dice Zolla; e aggiunge «schiacciato da un tedio insopportabile, cerca nell'estasi il cuore della vita, l'uscita dal mondo». Baudelaire assume oppio per ragioni mediche, finché ciò non diventa la sua stessa vita, secondo una logica schizofrenica che lo porta a lodare la droga («Ogni contraddizione diventa unità. L'uomo è diventato Dio») e ad esecrarla («quanti cercano il paradiso si costruiscono un inferno»). L'andirivieni perenne dall'allucinazione al tragico risveglio quotidiano lo porta a definire la droga «vecchia, terribile amica, fonte di carezze e tradimenti». Un vissuto dominato (e lacerato) da tali esperienze, dunque, può aver determinato le vette poetiche di Baudelaire oppure la grandezza visionaria di Poe, o almeno influito su di esse? Quanto sono separabili dal testo esistenze così intrecciate alla droga? Nell’Ottocento la droga è prima di tutto un trauma che ancora sa di religioso, promessa di trascendenza e caduta nel peccato mondano.
Fra Ottocento e Novecento il rapporto fra droga e letteratura cambia. Recede sullo sfondo l’idea di un elevazione divina dell’uomo e diventa sempre più centrale l’idea di sfuggire al peso totalizzante del paradigma razionalistico e scientifico che ormai ha definitivamente spazzato via ogni afflato religioso. Non più la religione come alternativa e fonte di critica al modello individualista del primo capitalismo industriale ma semmai l’etnografia, l’antropologia, la ricerca dell’Altro mossa a dimostrare che qualche alternativa è possibile. È in questa chiave che è possibile leggere la scrittura della droga che troviamo nell’opera di Antonin Artaud, il genio del teatro francese. Sbarcato in Messico per svolgere una serie di conferenze intitolate Lettere Rivoluzionarie – in cui una critica radicale alla cultura occidentale, che Artaud vede negli anni ’30 ormai lanciata verso l’autodistruzione, si fonde con una chiamata disperata alla riscoperta di «altri modi di essere uomini» – finisce egli stesso per mettersi sulle tracce dei Tarahumara.
Racconterà questo viaggio in Al paese dei Tarahumara, il cui motore ultimo non è la ricerca di una religiosa trascendenza del limite umano nella ricerca del rapporto con Dio, ma una mistica senza Dio. Introdotto all’uso del peyote Artaud accusa il proibizionismo europeo di vietare all'uomo di «recuperare un antico sapere pregenitale» e di attentare alla sua «esistenza fisica e creative». Per il poeta francese, come per Castaneda, la droga diviene la via per giungere a un conoscenza "altra" rispetto ai nostri schemi razionali, non tanto letteratura quanto esperienza. Il peyote rivela ad Artaud la perdita della dimensione spirituale e magica, perdita dovuta al progresso ed alla volontà della civiltà contemporanea di ancorarsi strettamente alla vita fisica e materiale. Ma, e questo è il prezzo da pagare, introdotto nella tribù – la «razza degli uomini perduti» – si troverà rovesciato e quasi inchiodato per sempre «dall’altra parte delle cose», che era già la condizione naturale della sua coscienza e il suo destino.
Tornato in Europa, dal 1937 al 1946, Artaud viene rinchiuso in una serie di ospedali psichiatrici in cui gli sono somministrati cinquantadue electroshocks che gli causeranno irreparabili danni fisici e mentali. L’elettroshock, per Artaud, non era niente altro che la risposta della cultura occidentale al messaggio lanciato dalla cultura sciamanica, di cui lui si era fatto ambasciatore in Europa.
Ricordai al Dr. Ferdière che ero stato in Messico, che avevo scalato le montagne per sei giorni per incontrare quell gruppo di indiani che conservavano, lassù a 6000 metri, quella conoscenza sciamanica che tanto mi interessava, che ero riuscito a trovarli ma che tornato dopo 28 giorni il mio modo di pensare non era più lo stesso. Unta trasformazione che avevo descritto nel mio piccolo libretto Al paese dei Tarahumara. […]
Lui rispose: No, non sei stato affatto stregato da quegli indiani, è un delirio per te crederlo, e siccome il tuo delirio ti fa ancora credere in queste cose dovrò scrivere un’altra volta al tuo amico Jean Paulhan per avvertirlo che intendo amministrarti una nuova serie di scariche elettriche
Al che gli ho detto: Ma tu hai letto il mio libro, mi hai detto che l’hai messo nella tua libreria come una dei migliori scritti in Francese di questo secolo, e ora mi stai dicedendo che intendi curarmi per aver scritto così?
Esatto, rispose, perchè io sono qui per aiutarti a capire la differenza tra la tua poesia e la realtà…
(Artaud, Van Gogh il suicidato della società)







“L’elettroshock, per Artaud, non era niente altro che la risposta della cultura occidentale al messaggio lanciato dalla cultura sciamanica”
La dice lunga sul nostro approccio verso tutto ciò che non viene assimilato ed accettato dal nostro “Spirito dei tempi”. La domanda rimane: “Ok, ora siamo più tolleranti, niente elettroshock, abbiamo raggiunto una certa flessibilità grazie al confronto con altre culture, ma dove si è nascosta la nostra ottusità, ora?”
Non mi torna una cosa, Jung in quegli anni aveva già scritto molto sulle culture indigene, sul loro rapporto con il divino e l’inconscio. Possibile che un letterato di quella sorta non sia mai passato sopra ad un suo testo? Forse avrebbe contribuito a conciliare “fantasia e realtà”..