“Uccello proibito.” Walter Benjamin, schizzo da una sessione con mescalina offerta da Ernst Bloch, 1924.
Da Walter Benjamin, Gesammelte Schriften, vol. 6, (Francoforte: Suhrkamp Verlag, 1985), p. 617.

 

“L’allucinazione è il problema di qualsiasi teoria materialista della coscienza” così Maurice Merleau-Ponty, padre nobile della fenomenologia francese, apriva la sua discussione degli effetti psichedelici della mescalina in Fenomenologia della percezione (1945). “Con l’allucinazione, l’unica cosa che non dovrebbe accadere secondo una teoria materialista della coscienza di fatto accade: il soggetto vede qualcosa indipendentemente da qualsiasi informazione sensoriale. L’immaginazione si materializza”. Le sostanze psicoattive dunque, per Merleau-Ponty, annientano la distanza tra due campi – reale e immaginario, sensoriale e fantastico – che la filosofia Occidentale ha cercato di tenere il più possibile separati. E’ questo il rimosso della filosofia cartesiana con cui tutti siamo stati abituati a pensare fin dalle scuole elementari. Follia e psichedelia svelano l’insondabile porosità di quel confine che dovrebbe fondare e delimitare il tanto decantato realismo, pragmatismo e scientismo del nostro vivere moderno. Le navi pirata che mi si proiettano davanti spinte dal vento della mescalina, o di un romanzo di Salgari, saranno forse Finzioni, ma sono Finzioni con effetti assolutamente reali: sudore, paura, forse, eccitazione.

Proprio perché la droga si presenta alla filosofia occidentale come un paradosso che rischia di eroderne le categorie fondamentali, quasi tutti i giganti del pensiero che popolano i tristi manuali di introduzione al pensiero filosofico, presto o tardi, nella loro parabola riflessiva, sono arrivati a discutere variamente di psichedelia, droghe, ecstasy e stati alterati di coscienza. Per limitarsi alla filosofia contemporanea, dopo la seconda guerra mondiale: Martin Heidegger – oggi considerato uno dei più importanti esponenti dell’esistenzialismo tedesco – fu inspirato non poco dagli esperimenti che portò avanti con Ernst Junger sugli effetti dell’acido lisergico (LSD). Sartre basò gran parte del suo capovaloro L’Immaginario, che gli valse insieme ad altri scritti il ruolo di padre-padrone della filosofia continentale per oltre trent’anni, su un singolo esperimento con la mescalina che gli causò un terribile incubo di oltre dodici ore. Come i dottori che vorrebbero imbrigliare la follia usando la razionalità come grimaldello, così ci spiega Simone de Beauvoir, Sartre cercò di comprendere lo spazio dell’immaginazione, dell’allucinazione, rimanendo aggrappato al distacco rassicurante del metodo razionale. Il risultato: “gli oggetti che osservava si trasformavano repentinamente nel modo più orrendo: gli ombrelli erano terribili avvoltoi, le scarpe scheletri, i visi amici mostri a tre teste, mentre dietro di lui, appena dietro l’angolo del suo occhio, si azzuffavano granchi e polipi e altre Cose minacciose”.

Ma questo appunto è il rimosso, un aspetto della storia della filosofia che parte con la critica conservatrice di Platone all’uso greco dei grandi festival dionisiaci, e che rimane ben celato tra le pieghe dei timidi resoconti della disciplina. Di fatto le droghe non destabilizzano solamente il confine tra reale e immaginario, minacciano anche e soprattutto l’autorità accademica dello scrittore e del filosofo. Così quando Michel Foucault nel 1964 decise di inserire una lunga digressione su come la critica di ogni certezza, per essere radicale, dovesse agire proprio come l’oppio nel destrutturare una volta per tutte l’arroganza del pensiero, Gilles Deleuze – con cui stava scrivendo quel saggio a quattro mani – si limitò a porre una  timida nota a margine: “Michel, cosa penseranno di noi?” Una buffa nota a margine che rivela tutto il timore, e l’attrazione, del pensiero di fronte alle misteriose turbolenze della psichedelia.