La cucaracha, la cucaracha
Ya no puede caminar
Porque no tiene, porque le falta
Marihuana que fumar.
(Canzone popolare Messicana)
Un bandito e un rivoluzionario, uno spaccone e un'idealista, eroe, patriota, tagliagole Pancho Villa è un personaggio tra i più ambigui del secolo Messicano. Fattosi un nome per le sue imprese criminali al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, Villa si unì alla rivoluzione contro la dittatura del presidente Huerta passando il Rio Grande e tentando un attacco a Ciudad Juarez con "8 uomini, 2 sacchi di caffè, 2 sacchi di zucchero, 2 sacchi di marijuana e 500 giri di munizioni per mitragliatrice". Da questo momento in poi sarà un'ascesa inarrestabile. Mentre il nome di Pancho Villa entrava nella leggenda per i suoi colpi spettacolari contro i treni yankee della Wells Fargo – che come sempre si era schierata dalla parte del governo reazionario di Huerta – attorno a lui si riuniva una delle armate rivoluzionarie più improbabili di sempre: criminali comuni e banditi soprattutto – spesso liberati dalle prigioni del governo – ma anche idealisti della rivoluzione giunti dall'Europa, e una moltitudine di indiani Yaqui "dai capelli lunghi e la mota sempre in bocca". La pelle scura, l'andatura lenta, la fame insaziabile, gli Yaqui di Pancho Villa ben presto si guadagnarono, sui giornali di regime e non solo, l'appellativo di "las cucarachas", gli scarafaggi.
Dopo due anni di scontri, alla fine del 1913 Pancho Villa aveva ammassato un armata di 3000 uomini, diventando governatore dello stato di Chihuahua. Sotto la pressione degli scarafaggi, iniziò a confiscare la terra all'aristocrazia bianca, consegnandola alle masse di indiani e sangue misto che proteggevano e finanziavano le armate rivoluzionarie. Quella di Pancho Villa era una macchina rivoluzionaria che funzionava a cannabis e polvere da sparo. In Pancho Villa and Black Jack Pershing, lo storico della rivoluzione messicana James Hurst descrive la notte di ferventi preparativi per la battaglia di Celaya come una grade festa della rivoluzione in cui il popolo messicano, nella sua diversità, si riuniva attorno alla pratica gioiosa della marijuana, del tabacco e della danza. Scrive Hurst: "Per tutta la notte gli Indiani Yaqui fumarono marijuana danzando in assoluto abbandono, i contadini bevavano sotol e lasciavano passare le ore tra canzoni e storie antiche; solo i dorados lucidavano le armi e cercavano di mantenere un qualche ordine. Pancho Villa se ne stava in disparte con altri quattro, cinque veterani. In silenzio fumavano la mota e non sembravano parlare". La mattina successiva Villa lanciò un attacco frontale contro le truppe dell'esercito federale: "Gli scarafaggi, intossicati da una notte di danze e di fumo, non erano inclini ad alcun sotterfugio. Caricarono dritti contro lo scintillare del filo spinato che proteggeva l'artiglieria e furono massacrati in pochi tragici secondi". La rivoluzione, un'intossicazione sognante del corpo collettivo lunga un'ora, un giorno, un anno, era finita.
Mentre in Messico si spegneva la rivoluzione degli scarafaggi, da un'altra parte, in Germania, un gruppo di intellettuali tedeschi si riuniva nelle cantine di Francoforte per sperimentare gli effetti di droghe come la mescalina, l'oppio e la marijuana. Da quelle notti Walter Benjamin emerse con un'idea di rivoluzione che resterà alla base di tutti i suoi scritti. La rivoluzione è "un'illuminazione profana": un momento di condivisa intossicazione, un a moderna espressione di un energia primordale che percorre il proletariato. "Un'irruzione di passione nella strada, una rottura nomade, un esaltazione viaggiante". Questo è la rivoluzione: l'intossicazione dell'esperienza cosmica che scorre nelle vene delle nuove masse rivoluzionarie che si preparano come nuovi barbari ai cancelli dell'Occidentale civilizzazione.
Amedeo Policante






