Caligola di Albert Camus

Albert Camus
Albert Camus

Oh oh, Incitatus, oh oh
Vecchio Senatore: Mi strofina il dito nel palmo della mano. Mi chiama bella mia. Mi tasta il sedere. Basta, deve morire.
(Caligola, Atto II, Scena I)

Ah, l’influenza della tragedia nicciana sul Caligola di Camus. Ah, la coppia Dioniso-Demetra come archetipo della coppia Caligola-Drusilla. Ah, Hitler come incarnazione storica di Caligola. Ah, Caligola come tassello della Trilogia dell’Assurdo di Camus, insieme a Lo straniero e Sisifo. Ah, le tre versioni di Caligola. Ah, Carmelo Bene che fa Caligola.

Duepalle.

Questa rubrica, se fosse una rubrica, si chiamerebbe: Oh, Scena. Tratteremo i testi teatrali come se fossero libri e, no, non viceversa. Che cosa significa trattare i testi teatrali come se fossero libri? Ma soprattutto, stiamo ancora qua a farci domande sul significato delle pratiche intellettuali?

Uno scrive una commedia, o una tragedia, o una tragicommedia. Un altro arriva e la mette in scena. A volte è la stessa persona: il vecchio Albert diresse personalmente un paio di allestimenti dell’opera (nel ’57 e nel ’58, se volete fare i fenomeni a Trivial Pursuit). Mettere in scena un testo teatrale, ecco: non è che in teatro è più facile perché ci sono già le battute scritte. Altrimenti fare il regista teatrale sarebbe un’idiozia: è tutto scritto lì, no? Certo, che è tutto scritto lì. Ma nessuno – nessuno – fa quello che è scritto lì. Con la stessa libertà con cui un regista cinematografico adatta un romanzo al grande schermo, un regista teatrale prende un testo e lo allestisce. La divaricazione tra quel che hai letto e quel che vedrai è spesso abissale. “Com’era il film?”. “Era meglio il libro”. Com’era lo spettacolo? Era meglio il testo.

Ammettetelo: non vi è mai successo di fare un commento simile dopo essere usciti da teatro. Eppure, ne avremmo tutto il diritto: un testo teatrale non presuppone la propria messa in scena, allo stesso modo in cui un romanzo non presuppone la propria riduzione cinematografica o una ricetta di cucina non presuppone la propria implementazione. Il testo teatrale sta su anche da solo: la tensione verso il fuori, verso il film che deve ancora essere girato (Pasolini), quella tensione lì, è propria di qualsiasi libro. Qualsiasi libro bello, almeno.

Il testo teatrale, dunque, come genere letterario. Volete raccontare una storia fatta solo di dialoghi? Se non andate mai a capo, avrete scritto Colline come elefanti bianchi di Hemingway (bene che vi vada). Se andate a capo, e riscrivete ogni volta il nome di chi parla, avrete scritto un testo teatrale. Scrivere dei buoni dialoghi è una faccenda complicata. Per questo è complicato scrivere buoni testi teatrali: ci sono dialoghi dappertutto.

Poi ci sono quelli che parlano da soli, e i dialoghi li fanno con lo specchio. Sono i matti. Caligola è matto, sua sorella era la sua amante e adesso è morta e lui è matto, completamente matto. “Ho deciso di essere logico. Vedrete quanto vi costerà la logica. Il potere ce l’ho io. Eliminerò chi mi contraddice, e anche le contraddizioni. Comincerò da te, se necessario”. “Da questo momento e per sempre la mia libertà è senza più limiti”. “Per un uomo che ama il potere, la concorrenza degli dei è seccante. Io l’ho eliminata. Ho dimostrato a questi dei effimeri che un uomo, se ci si mette, può esercitare senza nessuna pratica il loro ridicolo mestiere”. “Mi è venuto un bel pensiero, che vorrei dividere con voi. Il mio regno finora è stato troppo felice. Nessuna grande epidemia di peste, nessuna crudeltà religiosa, e nemmeno un colpo di stato – in breve, niente che possa farvi passare alla storia. E’ un po’ per questo, vedete, che cerco di controbilanciare la clemenza del destino. Voglio dire… non so se mi avete capito (con una risatina) insomma, sono io che faccio le veci della peste”.

Con una risatina.

Caligola non ha amici (figurarsi). Caligola ha spettatori. Atto Primo: Disperazione di Caligola. Atto secondo: Recita di Caligola. Atto terzo: Divinità di Caligola. Atto quarto: Morte di Caligola. Quattro atti, e mancano due cose: il quinto atto, e il cavallo. L’unico aneddoto che tutti sanno su Caligola è che una volta fece senatore il suo cavallo, per dimostrare ai senatori che chiunque poteva essere senatore: ti faccio ghirighiri sulla mano e ti tocco il culo, poi ti sostituisco con uno stallone.

Camus non dice la parola cavallo, mai. Racconta molti altri aneddoti, tutti più divertenti. Il cavallo, se vi interessa, si chiamava Incitatus. Caligola, alla fine, muore.

simone rossi

simone rossi è uno scrittore a cui piace suonare.

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