Chesil Beach

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Recensione / Chesil Beach

Quando un libro è scritto bene non importa quante siano accurate le descrizioni (neppure è importante se non c’è uno straccio di descrizione) perché leggendolo ci ritroviamo lì, vediamo ciò che vedono i personaggi. Ian McEwan fa di più con Chesil Beach, e non solo ci ritroviamo nella stessa stanza in cui si trovano i protagonisti, ci ritroviamo anche nella loro testa. Il romanzo è molto breve e copre bene o male l’arco di una sera di luglio del 1962, in un piccolo hotel della costa inglese. Si sono appena sposati e hanno mancato di qualche anno la rivoluzione sessuale che invaderà il Regno Unito e che avrebbe reso quella serata molto più leggera e godibile. Tesi come due corde di violino, dovranno trovare il modo di consumare il matrimonio (cosa che pare esser per loro più complessa di quel che sembra).

Paure, ansia e indecisione la fanno da padroni e rendono l’atmosfera goffa e soffocante. Ovviamente si mandano l’un l’altra segnali inequivocabili che Edward e Florence riescono a fraintendere. Lui, dopo una settimana di astinenza, non resiste più e deve pensare al primo ministro britannico per mantenere il controllo; lei, dopo 20 anni di verginità, non se la sente e il solo pensiero di far sesso la disgusta. Tutto riesce a naufragare in una sola notte e la povera coppia scivola dalla gioia del fidanzamento e del matrimonio al dubbio e al rancore.

Entrambi hanno torto ed entrambi hanno ragione, ognuno dei due personaggi porta sulle sue spalle certe esperienze e certi desideri che l’altro non può capire ma che neppure cerca di comprendere: non provano mai a mettersi nei panni l’uno dell’altra, né provano a venirsi incontro. Seguono tentativi di compromesso ed incidenti che rovinano tutto il lavoro fatto fino a quel momento, facendo tornare la coppia all’estenuante punto di partenza. Ma le scelte sbagliate finiscono per pesare di più di quelle azzeccate.
È come un’occasione che si cerca di afferrare e che per l’errore di un istante si perde. Poi, in un modo o nell’altro, si passano gli anni rimpiangendo il passo falso. I litigi divengono più seri e per orgoglio o per strategia Edward e Florence cercano di non essere se stessi: lì, la felicità e l’amore, cominciano ad affondare. Le ultime pagine del libro raccontano brevemente il seguito di quella notte, le ore, i giorni e perfino gli anni trascorsi dopo quella luna di miele estiva, e ciò che appare chiaramente è che sarebbe bastato un niente per salvare la situazione e che il loro unico peccato fu il non far niente. Un finale che lascia l’amaro in bocca e che, inevitabilmente, fa pensare a quante occasioni abbiamo perse per paura di sbagliare.

Jacopo Donati

 

Jacopo Donati

Scrive per Finzioni Magazine e lavora per Bottega Finzioni. Al terzo lavoro con un "Finzioni" da qualche parte avrà la certezza di essere in Matrix o in qualche Truman Show.

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