Chronic City di Jonathan Lethem

Recensioni / Chronic City

Dei cosiddetti Burned Children of America, Jonathan Lethem è forse il più conosciuto qui in Italia, o perlomeno uno dei pochi di cui – grazie ai tipi di minimum fax e de Il Saggiatore – tutto è stato tradotto. Tutto o quasi, a ben vedere, perché mentre scriviamo è appena uscito negli Stati Uniti They Live, un breve saggio dedicato all’omonimo capolavoro di Carpenter (e certo possiamo immaginare che a breve verrà dato alle stampe un ulteriore volume dell’opera di Philip K. Dick, di cui Lethem è negli USA tra i principali curatori: cfr., a mo’ di suggestivo sample, la breve raccolta Crazy Friend, di recente edita da minimum fax).

Anyway, il suo ultimo romanzo, datato 2009, si intitola Chronic City, e a dirne in breve racconta la storia di un’improbabile coppia di amicinemici, come nel testo di Lethem più letto e celebrato – The Fortress of Solitude, ovviamente –: là erano però due ragazzini cresciuti nella New York downtown, Dylan Ebdus e Mingus Rude, qui sono invece due uomini (anagraficamente tali, quantomeno), Chase Insteadman e Perkus Tooth. Molli o mollissimi entrambi, ossessionati da un vasto repertorio di paranoie (il secondo soprattutto), incapaci del tutto o quasi di rapportarsi al sesso femminile – e come potrebbe essere altrimenti? Da un lato, come da oleografia sci-fi, la fidanzata ufficiale di Chase è per così dire bloccata nello spazio, e a “sostituirla” sulla terra c'è una femme fatale sui generis, tale Oona Laszlo; dall'altro Perkus, ex-critico rock e agitatore culturale della No New York di fine ’70 – inizi ’80, non ha mai avvicinato una donna, tormentato com’è dall’dea di vivere in una dimensione totalmente falsificata.

Quanto al contesto, potremmo benissimo figurarcelo via Google Earth (le coordinate sono fissate a NY, tra la 34esima e l'84esima strada). La storia si svolge infatti entro un’ambientazione a suo modo canonica, forse abusata, di certo verosimile (tutti noi lettori global ci sentiamo, ammettiamolo, un po’ a casa dentro il romanzo americano contemporaneo). Salvo forse per il solito corollario di intuizioni a loro modo geniali: una nebbia grigia che aleggia impalpabile sopra la città, una tigre (vera o finta o tutte e due le cose assieme come da prammatica realmagica?), una serie di affascinanti calderoni ologrammatici, un artista concettuale à la Gordon Matta-Clark di cui un'insopportabile ghostwriter (la Oona di cui sopra) sta scrivendo la biografia. E certo tanta, tantissima erba – la Chronic di cui al titolo è il brand preferito dai nostri –: anche a dire dell'atmosfera talvolta allucinata che qua e là si respira.

Tutti spunti intelligenti o intelligentissimi che ci riconducono al DNA di tanta parte della narrativa americana di ieri e oggi (io dico, provocatoriamente, post-delilliana): ossessionata dal farci sentire how it feels to be human today – e in questo senso, provocando ancora un po’, forse il romanzo di Lethem è solo una brutta copia dell'ultimo Franzen – ma incapaci di riuscirci alla maniera, poniamo, di un Philip Roth – che però, del tutto paradossalmente, è un modello ben presente ai vari Lethem, Moody e Eggers. Semmai – terza provocazione e poi basta – la strada che questi bambini bruciati (o solo bruciacchiati?) hanno intrapreso è quella per assurdo a loro meno prossima: non è forse da Salman Rushdie e dai suoi impareggiabili primi romanzi che viene l'idea che non si possa dire la realtà se non attraverso la magia in essa custodita? Ovvero, che ne sarebbe di Perkus Tooth, di Callie Stephanides, di Kavalier and Clay o delle loro brutte copie filmiche – da Gondry a Spike Jonze, diciamo – senza la miracolosa, epocale nascita di Saleem Sinai?

Jonathan Lethem, Chronic City, Milano, Il Saggiatore, 2010, pp. 448, 17 euro

Filippo Pennacchio

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