Correre di Jean Echenoz

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Ci sono due modi per raccontare una storia: la noiosa verità o la mirabolante iperbole. Gonfiare il racconto, minimizzare “piccoli” particolari o caricaturizzarne altri rende sicuramente la narrazione più divertente. Ma occhio a non esagerare. Ecco, Jean Echenoz ha esagerato. Nel suo Correre, racconta la storia di Emil Zatopek (da non confondere, per gli intenditori disneyani, con il professor Zapotek, collega di Marlin e inventore della macchina del tempo), grande mezzofondista cecoslovacco a cavallo tra gli anni ’40 e ’50.

Zatopek, secondo l’autore, era un atleta “male in arnese”, correva in modo strano, sgraziato e con poca coordinazione. Insomma, messo così si presenta ai Giochi Interalleati di Berlino del ’46 come unico atleta della Cecoslovacchia, tutti gli ridono in faccia ma lui, correndo i cinquemila, dà più di un giro di distacco a tutti gli altri blasonati concorrenti.
 
E da qui è sempre un crescendo: nel 1952 va alle Olimpiadi di Helsinki e vince i 5.000 e i 10.000 e, giusto per provare, partecipa anche alla maratona che, ovviamente, stravince. Nell’arco di una settimana.
In pochi anni frantuma i record del mondo dei 5, dei 10, dei 20, dei 25 e dei 30 km e il record dell’ora.
Il tutto reclinando la testa all’indietro, tenendo i gomiti vicini al corpo e ansimando pesantemente durante lo sforzo e, per questo, guadagnandosi il nome di locomotiva umana.
 
Leggendo il libro, tra l’altro scritto benissimo e con uno spessore e una sensibilità storica notevole, visto che Emil è stato anche – se non soprattutto – pedina del governo cecoslovacco postbellico, ci si gode la storia con piacere e interesse, immaginandosela però estremamente irreale. Insomma: uno non può iniziare a corricchiare controvoglia per gioco e, in pochi anni, battere tutti i record del mondo dai 5.000 ai 30.000 e dominare anche una maratona senza essersi mai allenato specificatamente. E invece. 
 
E invece è tutto vero: Emil Zatopek era un fenomeno. E questa è la sua vita. Solo il finale, probabilmente, è inventato ma rimane amaro come quello vero, di un campione che per vent’anni, dopo il suo ritiro, non ha avuto quella grande dignità nazionale che meritava. Con una storia talmente bella che sembra un’esagerazione.
 
Jacopo Cirillo

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

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