Cronache del rum

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Recensioni / Cronache del rum

Vi posso garantire che non c’è droga in questo libro. Niente mescalina o LSD. Neanche una smoccolata di erba. Un granello di coca. Nada de nada. E vi dirò di più. L’autore del romanzo si chiama Hunter S. Thompson e la storia è ambientata a Portorico. Sorprendente vero? Ma il trucco c’è. Eccome se c’è. Questione di priorità. Probabilmente le potremmo definire inclinazioni. Perché se, nel 1971 Thompson decise di entrare nel mito con una Cadillac decappottabile rossa e un paio di fattoni epici a bordo, nel 1959, a soli ventidue anni, erano i liquidi a esercitare un’irresistibile attrazione sul giornalista-scrittore. E allora ecco Cronache del rum. Ecco Portorico. Ecco il giornalismo gonzo.

La spirale senza fine. Quasi trecento pagine intrise di fottuta paura. Perché il talento necessita di onde da cavalcare. Il rischio di sbiadire dietro a scrivanie troppo piccole può diventare una costante. Specialmente se con il rum ci si lava anche i denti. Il romanzo accenna diversi Hunter S. Thompson. Tre per la precisione. Moberg, il fallito disinteressato. Kemp, il protagonista a un passo dalla disillusione. Yeamon, il violento con il cuore spezzato. In una fusione perpetua. Nessuno è quello che sembra. Ma tutti bevono. Moltissimo. L’io narrante è quasi sempre sbronzo. Il che rende i dialoghi indimenticabili, in pieno stile Thompson. Le battute non raggiungono le vette di Paura e disgusto a Las Vegas ma ci vanno incredibilmente vicine.

La vicenda scorre docile. Dinamica e facile. C’è spazio per una quasi storia d’amore. Per conti da saldare. Per cauzioni che non ti aspetti. Pochi colpi di scena ma molto movimento. Una figura femminile di tutto rispetto. Un giornale sull’orlo del collasso. I trenta raccontati da un ragazzo di ventidue, specialmente con Portorico sullo sfondo, è facile immaginarli piene di speranze, palme, oceano e, con ogni probabilità, pieni di tette. Queste cronache hanno invece appiccicato addosso un tanfo insopportabile. È il tanfo del tempo che passa. Di mille e più orologi sincronizzati verso l’ignoto. L’amarezza di riconoscere e accettare, forse non troppo a malincuore, l’impotenza che ne deriva. Una sorta di inno della scrollata di spalle.

Andrea Meregalli

La Redazione

Menino vanto altri delle pagine che hanno scritte; il nostro orgoglio sta in quelle che abbiamo letto

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