Daniel J. Brown | Erano ragazzi in barca

Quando ho adocchiato il libro, sugli scaffali di una grande libreria, sono stato attratto dalla parte epica della storia: Un gruppo di ragazzi che vince la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Berlino, sotto gli occhi di Hitler e di tutta l'alta gerarchia nazista. Il pensiero è corso immediatamente a Jesse Owens, l'atleta di colore che, nella stessa olimpiade, vinse ben quattro medaglie d'oro, smentendo le teorie sulla supremazia ariana pubblicizzate dal regime nazista.

Per me, che considero le scene rallentate di Momenti di gloria –il film di Hugh Hudson con Ben Cross e Ian Charleson- tra le più emozionanti che abbia mai visto, le storie di sport sono speciali, con i loro racconti di riscatto dopo le difficoltà, cameratismo tra compagni e avversari, e l’esaltazione della giovinezza e della forza. Caratteristiche che fanno ormai parte del modo di raccontare lo sport, ma quanti sanno quanto questo modo di descrivere gli eventi derivi da un’opera famosa e controversa, realizzata in occasione delle Olimpiadi del ’36?

Tra le altre vicende che l’autore ci racconta c’è anche quella che riguarda Olympia di Leni Riefenstahl: il primo documentario sui giochi olimpici, voluto da Hitler per propagandare il Terzo Reich e offrire al mondo un'immagine della Germania civile e organizzata. Uno dei film più innovativi della storia del cinema –anche se sembra strano pensare che qualcosa di buono sia uscito anche da quella terribile esperienza storica-, in cui sono state inserite per la prima volta molte nuove tecniche di ripresa, tutto al fine di trasmettere allo spettatore la sensazione di movimento e potenza dello sport. Parte dell'epica olimpica cosi come la conosciamo oggi (la cerimonia di apertura con il tedoforo che parte da Atene e arriva alla fiaccola dello stadio, o la telecamera che corre su binari paralleli alla pista, per esempio) derivano da quell'opera, 

Quindi: Epica olimpica – Berlino – Owens – vittoria dei buoni. Quando ho preso in mano in romanzo avevo un'idea chiara di cosa aspettarmi e credevo di sapere quali frasi o capitoli avrei sottolineato nella mia mente.

Ho iniziato a leggere le pagine e, sin da subito, ho capito chi era, invece, il vero protagonista del libro: il canottaggio.

Fu quando tentò di parlare della “barca” che le sue parole si fecero esitanti e i suoi occhi vivaci si riempirono di lacrime. All’inizio pensavo si riferisse alla Husky Clipper, la barca da competizione sulla quale aveva pagaiato incontro alla gloria. O intendeva forse il resto della squadra, quell’improbabile accozzaglia di ragazzi che aveva messo a segno una delle più grandiose imprese nella storia del canottaggio? Infine, guardando i continui sforzi di Joe per mantenere la calma, mi resi conto che "la barca” era qualcosa di più della mera imbarcazione o del suo equipaggio. Per Joe racchiudeva ma trascendeva entrambi: era qualcosa di misterioso e quasi indefinibile. Era un’esperienza condivisa, una cosa straordinaria successa in un dorato brandello di tempo ormai remoto, quando nove giovani di buon cuore avevano lottato insieme, vogato all’unisono, dato tutto quello che avevano gli uni per gli altri, uniti per sempre dall’orgoglio, dal rispetto e dall’amore. Joe stava piangendo, almeno in parte, per la perdita di quel momento, svanito, ma molto di più, credo, per la sua autentica bellezza.

La descrizione, a metà tra il romanzo e il saggio, ci trasporta nell'America della grande depressione, quando alla gravissima crisi economica si aggiungono una serie incredibile di sciagure naturali. Una su tutte il fenomeno del Dust Blow, enormi masse di polvere che oscurarono interi stati americani, fino ad arrivare alla famosa “domenica nera” che trasformò il giorno in notte, causando danni ingentissimi e la migrazione di grandi fette della popolazione americana.

Povertà e privazioni sono il pane quotidiano di Joe Rantz, secondo carrello della Husky Clipper, e probabilmente sono uno dei fattori che lo rendono adatto a uno sport che richiede allenamenti durissimi. Anche se molti, pensando al canottaggio, hanno in mente l'immagine di una barca che scivola leggera sul fiume mentre alle spalle dell'equipaggio scorrono gli edifici di Oxford o Cambridge, condotta da giovani di buona famiglia con uno splendido presente e un ancor più promettente futuro, la realtà è che si tratta di un’attività molto intensa, che richiede, per essere esercitata ad alti livelli, una buona dose di resistenza, fisica e mentale.

Per molti italiani (specie se hanno vissuto gli anni '80), questo sport è invece legato ai fratelli Abbagnale, ragazzi normali, che diventavano star solo durante i mondiali o le olimpiadi, per poi tornare alle loro vite, tanto che, a un certo punto, chiesero se fosse possibile che gli venisse offerto un posto di lavoro. Anti divi e amanti dello sport, molto più vicini al canottaggio descritto in questo libro che a quello delle illustrazioni o dei film patinati.

Quand’ero piccolo mio padre, quando rifiutavo un piatto, usava dire: “Ai miei tempi mangiavamo anche i sassi!”. Forse è proprio per questo che ho apprezzato questo romanzo: parla di uomini di quel tipo e di quel tempo (mio padre è del ’27, quindi di qualche anno più giovane dei protagonisti) persone che hanno affrontato gravi difficoltà, povertà e la guerra peggiore di tutti i tempi. Uomini che, proprio grazie al loro vissuto giovanile, sembrano scolpiti nella roccia, impermeabili alle difficoltà, pronti ad aggiustare le cose che si rompono, a escogitare soluzioni per i problemi e a essere felici di quello che hanno raggiunto.

Quindi siete avvisati, non so se il mio consiglio di leggere questo romanzo è totalmente obiettivo. 

Daniel J. Brown, Erano ragazzi in barca, Mondadori, 2015

fonti foto: fondazioneberti-pernondimenticare.blogspot.com , www.lastampa.it

Davide Piccirillo

Nel tempo libero somiglio ai miei gatti: amo dormire, stare sdraiato sul divano, alzarmi, stirarmi, guardarmi in giro e poi tornare a stendermi. Rispetto a loro ho la possibilità di leggere (libri, fumetti) e vedere film o serie Tv. La sfrutto abbastanza.

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