Esche vive di Fabio Genovesi

La cristallizzazione di un immaginario radicato e solido, quello della provincia, che non vuole uscire dalla propria realtà -anche giustamente-ma che paga la colpa di non saper trasmettere la forza ai suoi figli, bloccandoli nel vuoto pneumatico di una quotidianità da decifrare.

Fabio Genovesi, dopo l'ultimo Versilia Rock City (Mondadori, 2012, 17 euro) e prima dell'illuminante Morte dei marmi (Laterza, 2012, 12 euro), con Esche vive (Mondadori. 2011. 19,50 euro), non si sposta dalla sua Toscana, fotografandola con tutta la realtà possibile, lontano dalle cartoline e vicino alle rughe della gente, sottolineando marcatmente il male dell'immobilismo, per far emergere più vividamente il bene della semplicità. Genovesi non fa giri di parole, il suo scrivere è chiaro, fluente, leggero ma mai superficiale ed anzi quasi dogmatico -nella veste migliore del termine- nella sua caratterizzazione dei personaggi.

Se Mirko Colonna, il bambino prodigio della bicicletta e non solo, è una figura che non dimenticheremo facilmente -ogni sua frase è un inno alla Ragione primordiale come paradigma, la sua volontà di arrivare primo senza vincere è l'esempio massimo -risultando il centro di questo romanzo di formazione dolce amaro (e genuinamente ironico, non quindi sporcato dall'ironia dalle intenzioni sagaci e dalla natura fasulla che caratterizza il pensiero di certo culturame); Tiziana è la sconfitta di una generazione (sconfitta subita disarmati, inerti) ma non per il suo ritorno al paesello immaginario (Maglione, nella piana pisana) dopo gli studi e l'alloggio berlinese, e neanche per la fuga finale, ma per il malessere che accompagna ogni sua azione: il germe che affligge un tempo, questo, che ha perso il coraggio di esistere.

E poi c'è Fiorenzo, il ponte tra il trauma -doppio nel suo caso- e la riscossa, la dissoluzione in riva ai fossi pieni d'acqua stagnante e la redenzione – fasulla? parziale? non realmente desiderata? – metallica sui palchi di tutto il mondo, dove il protagonista è lui e non la mano che non ha, e la mediocrità è lasciata a chi non ha orecchie per sentire. Nella sua storia con Tiziana – e ancora di più nel rapporto con il piccolo Mirko – vediamo l'emergere del seme che lo farà uomo e guerriero per vocazione, senza paura, come dev'essere.

C'è tutta l'Italia in questo romanzo, dal razzismo immaginario all'ossessione senile – i mostri che nuotano nei fossi – e Genovesi riesce a ritrarla con pochi gesti, imbastendo un mondo dentro un bicchiere di Gatto Silvestro.

 

Stefano Fanti

Stefano Fanti è fuggito da Milano e ora vive nella bucolica provincia alessandrina. Scribacchino per varie testate online e non, si occupa principalmente di musica e letteratura. Soffre di una grave dipendenza da serie tv che lo porta a confondere Randy Hickey con Randy Marsh. Ama, tra le altre cose, fantascienza, horror e la psichedelia in ogni sua veste.

1 Commento