Recensioni / Fangulo di Francesco Caruso
Si diceva apparentemente perché in realtà Fangulo non è la storia di un barbone bensì la storia della parola “fangulo”, dialettismo meridionale per l’epiteto con la effe che avete capito tutti e che Finzioni, essendo un concilio di anime pie, non ripete per decenza. La parola “fangulo” infatti diventa tantissime cose nel corso del racconto.
Prima di tutto “fangulo” è l’inaspettata interruzione del mutismo: quando il barbone inizia ad articolarne le prime sillabe, lo stupore degli astanti è rivolto al fatto che stia parlando, non a quello che effettivamente dice. La signora Elide, quella che si becca l’insulto per prima, gli chiede, sorpresa, “come hai detto?”, non tanto per il turpiloquio quanto per (scusatemi, vi prego) il loquio in sé.
Poi “fangulo” diventa un termine di paragone, istituendo un’assiologia: qualcuno è stato mandato affangulo, qualcun altro no. A questo punto allora la parola si svuota di senso (non significa più, ma partisce) e ne acquista di nuovo: diventa una medaglia. Io sono stato mandato affangulo, tu no. Io sto di qua dalla barricata del fangulo e tu stai di là. La differenza è più importante del termine che la marca. Solo che l’insulto, a un certo punto, se lo prende anche il sindaco e, come spesso succede, al contatto col potere costituito la parola torna brutta, cattiva e da condannare.
Il barbone è già pronto per raccattare i suoi miseri averi e andarsene quando succedono delle cose, che non posso dire, che trasformano la parola “fangulo” in un grido – eroico e furbo – di battaglia e, successivamente, in un’investitura. Il finale poi è meraviglioso e “fangulo” cambia ancora statuto.
Insomma, le parole sono importanti, per carità, ma di certo è più importante quello che la gente ci mette dentro.
Jacopo Cirillo






