Fenomenologia di Umberto Eco

Recensioni / Fenomenologia di Umberto Eco di Michele Cogo

Umberto Eco ha scritto fenomenologie un po’ di tutti, finalmente adesso qualcuno ne ha scritta una su di lui. Fenomenologia di Umberto Eco è un libro di Michele Cogo, allievo del professore, semiologo a Bologna e dunque del giro buono, e, in poche parole, pone questa domanda: com’è possibile che ad ogni uscita pubblica di Eco si radunino centinaia (migliaia, se c’è il posto) di persone per ascoltarlo? Insomma, non saranno certo tutti appassionati di semiotica o estetica medievale. Dunque ci dev’essere qualcosa che trascende la cultura specifica, per quanto oceanica, di Eco, qualcosa che eccede il sapere e si colloca nell’immaginario mitico.

Per non saper nè leggere nè scrivere, Cogo si è preso lo sbattimento di cercare, ricuperare (cit.) e mettere in fila tutti gli articoli che parlano del professore dal 1958 al 1964. E si è accorto di una cosa: cinquant’anni fa quel giovanotto voleva cambiare e ravvivare l’ambiente intellettuale e accademico dell’epoca, molto serio e ingessato, ma ci si trovava irrimediabilmente dentro, tanto da dover prima distruggere quella parte di sè, per poi poter puntare all’organizzazione generale. Ovviamente l’ha fatto, ovviamente ci è riuscito e la storia la sappiamo tutti. Ma c’è un’altra cosa: gli unici scritti che Eco non ha mai dato alle stampe sono dei quadernetti delle elementari, di quando aveva otto dieci anni; la cosa impressionante è che, leggendoli, si vede che li ha scritti lui. Si percepisce già il motivo per cui, oltre sessant’anni dopo, Eco riuscirà a riempire ogni costruzione e disposizione architettonica di cui occupa la cattedra o il pulpito.

Ma allora l’erudizione non c’entra niente. Deleuze diceva nel suo Abbecedario che Eco gli faceva paura perché sapeva troppe cose. Ma sapere troppe cose sembra quasi un effetto collaterale. La verità è che Eco le sa dire bene, anche se come Gassman legge solo la lista della spesa. Michele Cogo sostiene, e noi quotiamo volentieri, che lui è sempre stato e sarà sempre un dilettante, proprio nel senso letterale della parola: si diletta a fare quello che fa e rispetta tantissimo il suo diletto. Divertirsi e rispettare il proprio divertimento ci piace molto come concetto perché è esattamente quello che stiamo cercando di fare qui, su Finzioni, da ormai quasi due anni.

Ah, e poi l’introduzione del libro l’ha fatta Paolo Fabbri. Ora, visto che Paolo Fabbri scrive e pubblica un testo di suo pugno una volta ogni trent’anni, ci sembra che l’avvenimento sia già di per sè degno di nota. Come suo solito, poi, puntella i suoi scritti con dei concetti bellissimi. Questo, per esempio.

Siamo in un’epoca revisionista: torniamo indietro a passo di gambero. Ma così facendo incappiamo nei fatti di spalle. Grande merito di questo libro è che ci aiuta a voltarci e a guardare di fronte il suo oggetto.

Visto che roba? Ecco, se leggete La svolta semiotica è tutto così.

Jacopo Cirillo

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

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