Fiesta di Ernest Hemingway

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Recensioni / Fiesta

“Quando visitai l’Università di Princeton, due anni fa, i professori parlavano di un romanzo che era stato appena pubblicato da Ernest Hemingway”. Volli sapere come si chiamasse. ‘Fiesta’. ‘È buono?’. ‘È molto duro, cinico, straordinariamente fedele alla vita. Non so se potrebbe interessarle’. Lo comprai. Era davvero ottimo. Non per la trama che era praticamente inesistente. Ma tutte le trame vanno bene quando il romanziere sa creare esseri umano vivi e i personaggi di Hemingway sono vivi. Non parlano della loro anima, non svelano i loro sentimenti. No, ordinano solo da bere e da mangiare, bestemmiano, se la spassano”.

Così scriveva nel 1929 Andrè Maurois sulla rivista “This Quarter” a proposito del primo romanzo dello scrittore di Oak Park. Come non dargli ragione. Come non dargli ragione soprattutto oggi, nel 2009, e ringraziare Hemingway perché Fiesta (Mondadori, 251 pp., 7,80 euro) possiede una freschezza tale da adattarsi sorprendentemente anche alla nostra generazione, sbaragliando le inconsistenti raffigurazioni narrative che decine di scrittori italiani provano a fare di noi.
Dominio della paratassi, dialoghi affilati e incredibilmente veri, psicologie mai banali e – cosa ancor più meravigliosa – donne che sono donne, fragili e spietate allo stesso tempo con i loro sentimenti. Sono proprio così e tu, romanziere macho che amava la vita selvatica all’aria aperta, le hai viste e ce le hai consegnate immutate negli anni. Sfogli Fiesta e ti imbatti nella “Generazione perduta”, chiudi un capitolo e pensi che alla fine non hai nulla da invidiargli, anzi ti senti perduto pure te, certe volte. Non abbiamo avuto la Grande Guerra, né la Guerra Fredda, non il ’68, né il ’77, non gli yuppie, né i paninari. Cosa abbiamo, se non padri, madri, dischi, attori e film che ci ricordano quanto le persone che presero parte a quei momenti fossero cool, o quanto meritarono di fare la storia. Forse verremo ricordati per il precariato, per anni di studio che hanno portato a una professione intellettuale pagata nel pugno e quando cerchiamo cultura – nel senso di “qualcosa che colori la nostra esistenza”, per dirla con Levi Strauss – ci toccano libri ombelicali, con dialoghi da telenovela o autentici sfoghi da bicchiere della staffa.

“Non sopporto il pensiero che la mia vita stia scorrendo via così in fretta e che io in realtà non la viva”, dice all’inizio Robert Cohn, uno dei protagonisti di Fiesta. Sediamoci con lui ai tavolini di un caffè di Parigi, allora, ma prima rimandiamo il nostro lavoro da giornalista per un po’, come fa Jake, l’io narrante. Venticinque anni, voglia di vivere, pochi soldi in tasca, un amore impossibile per la deliziosamente snob e capricciosa Brett Ashley: meglio berci su. Aspetta qualcosa Jake, anche se non sa cosa, forse l’occasione della vita, forse un magnifico viaggio, per ora arriva solo una amico, Harvey: “Non ho soldi. I soldi non sono arrivati. Lo sai che è strano Jake? Quando sono così ho soltanto voglia di star da solo. Ho voglia di non uscir più dalla mia stanza. Sono come un gatto”. Una frase smozzicata e Hemingway ci ha riassunto in quattro e quattr’otto cosa significhi stare lontano da casa senza un soldo. Un ritratto bellissimo e la parola spetta al lettore: fa pena o no? Be’ così stanno le cose, così è la vita anche adesso e comunque mai farsi affliggere, perché i condimenti non mancano, siano essi del pernod o la superba morte di un toro nell’arena.

“Certo che mi piace bere – disse Bill – dovresti provare anche tu qualche volta, Jake”.
“Su di me hai quasi centoquarantaquattro bicchieri di vantaggio”
“Non dovrebbero scoraggiarti. Mai scoraggiarsi. Il segreto del mio successo. Non mi sono mai scoraggiato. Mai scoraggiato in pubblico”.
“Altri tre pernod e sarai scoraggiato”.
“Non in pubblico”.

E intanto passano conoscenti che sognano di andare in Argentina, gli stessi che dopo un soggiorno in Inghilterra sono tornati cambiati (vi suona familiare?), la notte è trascorsa piangendo perché la volubile Brett non ne vuole e intanto si è accompagnata per divertimento con un ricco conte greco, “hai perso il contatto con la terra, sei diventato uno snob. Ti stai ammazzando con il bere. Ti fai ossessionare dal sesso. Passi il tuo tempo parlando invece di lavorare”. È vero, Jake, e non ci puoi fare niente. Nemmeno noi ci possiamo fare niente. Se non ciondolare tra un lavoro e un amore entrambi (perdonatemi) precari e mangiarci su (“Fu come certe cene di guerra che ancora ricordo. C’era molto vino, una tensione ignorata e la sensazione che stessero per avvenire cose che non potevi impedire. Grazie al vino mi passò il senso di disgusto e fui felice. Sembravano tutti così per bene”).
Era già stato tutto scritto.

Andrea Rinaldi

La Redazione

Menino vanto altri delle pagine che hanno scritte; il nostro orgoglio sta in quelle che abbiamo letto

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