Franco Arba | Dicono che domani ci sarà la guerra

Dicono che domani
Ci sarà la guerra
E domani sotto la tua casa
Sfileranno mille baschi neri
E i tuoi occhi rotondi
Mi cercheranno
Ti hanno detto di aspettarmi
Senza fare tante storie
E chi scriverà la storia
Non parlerà di te

Le parole di Sergio Endrigo sono lo sfondo ideale a questo libro, che dal primo verso prende il titolo.

Dicono che domani ci sarà la guerra, opera dell'esordiente sardo Franco Arba Sanna ha due grandi pregi: tira fuori moltissime domande e restituisce dignità alla parola fascismo.

Il protagonista del libro, Enrico, è un pastore sardo che viene chiamato per sa gherra manna (come i sardi chiamavano la prima guerra mondiale). In guerra Enrico impara a sparare, ad uccidere, impara perché la guerra è bella e perché fa male. Enrico parte ignorante e solo. Ma ritorna per qualcuno. Il romanzo è una storia d’amore per una donna ed è una storia d’amore per una terra e per la propria libertà.

In trincea non conobbi mai la bellezza della guerra: la incontrai solo al ritorno, con una ragazza ad aspettarmi, con amici sinceri intorno e una casa per il futuro.

Sono tantissime le domande che ruotano intorno a questa narrazione. Il significato del combattere, il significato della propria esistenza, l'insicurezza scandita dai continui cambiamenti, dall'assenza di perché e di motivazioni, dall'assenza di ideali che non si sgretolino al primo colpo sparato. Cos'è, quindi, l'amicizia? Cos'è la famiglia? Cos'è questa vita che mi trovo a combattere? C'è solo una sicurezza, una spinta: quella del ritorno a casa. Della vita dopo. Nonostante si torni diversi da come si parte. Nonostante la guerra fosse sicura, nella propria insicurezza. Nonostante il poi veda un amore che non vuole collocarsi nella nuova esistenza, in una vita costituita da inquietudini e paure e speranze mal riposte. Un futuro che sembra inceppato.

Perché bisogna fare i conti col fascismo.

Un fascismo a cui questo libro restituisce, finalmente, dignità. La dignità che spetta anche alle parole brutte, a quelle che non si vorrebbero più ascoltare o sentire pronunciare. Perché il fascismo non è quello di chi ci blocca su facebook o di qualsiasi atteggiamento prepotente o censore. Il fascismo era la prepotenza che ti veniva a prendere a casa senza bussare e ti riempiva di botte il presente e il futuro. Quella del fascismo è violenza codarda che mette in discussioni gli ideali di eroismo e fratellanza che chiude la bocca e ti incarcera in un universo di silenzio.

Franco Arba scrive un libro giusto, dove la componente sarda è in realtà solo marginale. «Descrivi il tuo villaggio e sarai universale, diceva Tolstoj». Scrive un libro che racconta di un uomo e scrive di tutti gli uomini. Delle vittime delle guerre – personali o reali, quelle brutte – della confusione, di una vita che va avanti e non aspetta. Della sconfitta, del riscatto e della malinconia.

Scrive di passioni, delusioni cocenti e ideali rari. Della volontà di tanti uomini di costruirsi una realtà migliore. Sicuramente migliore di quella che ci vogliono raccontare.

In guerra ho imparato che un uomo deve sempre lottare per costruire la propria felicità e difendere la propria libertà. Tu hai pensato che la mia fosse sempre e solo lotta politica. Era anche quello ma era soprattutto il desiderio di realizzare un futuro migliore.

Franco Arba, Dicono che domani ci sarà la guerra, LiberAria 2015

Mareva Zoli

Pretende di essere sopra la media delle persone ma, in realtà, è una cialtrona. Parla poco. Scrive molto. Legge ovunque. Fa cose e non vede gente.

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