Generazione A di Douglas Coupland

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L’ultimo romanzo di Douglas Coupland, Generazione A, racconta tra l’altro di personaggi ossessionati, o viceversa affascinati, da una serie di paranoie, narratologiche in senso lato, probabilmente diffuse anche fra tanti lettori 2.0. Per esempio, può capitare che uno di essi, dopo avere visto sei persone in una sala, si interroghi su quella voce «che sentiamo nella mente quando leggiamo, la voce del narratore universale che forse state sentendo in questo preciso istante». Oppure – ciò che intere schiere di neuronarratologi sarebbero felici di certificare seduta stante – può accadere che a più riprese venga ribadito che «il cervello utilizza le storie per organizzare le sue percezioni del mondo» o che magari si insinui la possibilità che di queste “inedite” performance cerebrali qualche multinazionale si approfitti. Al limite, in uno o più dei numerosi meta-racconti di cui il romanzo è composto, potrebbe addirittura capitare di scoprire che «Amazon incrementa il bisogno degli umani di possedere libri, ma non necessariamente leggereli». Questioni pienamente ricevibili, beninteso, e con le quali sempre più spesso in futuro avremo occasione di confrontarci: se è vero che oggi viviamo esposti a tassi di narratività francamente stordenti e se magari è altresì vero che il bisogno di narrazioni aumenterà a dismisura negli anni a venire.

Tutto ciò, insomma, per dire che Generazione A è un romanzo che si occupa anzitutto di ciò che ne sarà di noi fra una decina d’anni. Intorno al 2020 – non a caso –, cinque personaggi dispersi in varie parti del mondo – dallo Sri Lanka a Parigi, dal Canada alla Nuova Zelanda – vengono punti quasi simultaneamente da api – caso piuttosto insolito se non altamente improbabile, queste ultime essendo oramai estinte da anni – e quindi prelevati da un’équipe di scienziati che prima li sottoporrà a scrupolosissime indagini mediche – perché, insomma, proprio loro sono stati punti? –, e poi li confinerà in un’isola al largo dell’Alaska costringendoli a reiterare un estenuante, e oggi ineludibile esercizio di storytelling. Per quale motivo? Probabilmente per produrre il preziosissimo “ingrediente segreto” alla base del Solon, un farmaco dagli straordinari poteri cronofagi ormai diffuso globalmente. Ma d’altronde, senza svelare ulteriori particolari della trama, il romanzo è chiaramente esemplato sul modello del Decameron boccaccesco – cioè attraverso una serie di racconti-dentro-altri-racconti – o magari su una sua riduzione filmica datata 1996: Tôkyô Dekameron. Anche se, a me pare, entro Generazione A agisce anzitutto il modello di un romanzo qui in Italia poco conosciuto, L’atlante delle nuvole di David Mitchell, e di un serial all’opposto troppo conosciuto: Lost, ovviamente. 

Non che le cose dai tempi di Generazione X siano cambiate radicalmente, intendiamoci; e anzi a dirla tutta i protagonisti dell’allora bestseller somigliano moltissimo ai thirtysomething di GA: personaggi da oleografia indie, un po’ molli, anemici e annoiati ma sempre, comunque disposti a ribadire la propria intelligenza – e d’altra parte, a ragione il traduttore italiano li fa parlare tutti come fossero, poniamo, giovani hipster milanesi (cfr. le molte occorrenze dei vari «sbarellare», «YouTubare» ecc.). Consigliatissimo comunque (soprattutto a questi ultimi), non fosse altro che per la bellissima confezione editoriale e per il “cammeo” del joyciano Finnegans Wake, «un romanzo che non appena [Trevor] lo aprì per leggere un paragrafo a caso gli diede la sensazione come di avere subìto un ictus».

Douglas Coupland, Generazione A, ISBN, 400 pp., 15 euro

 

Filippo Pennacchio

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