Generosity

 

Generosity – brutto titolo peraltro – non è certo il romanzo migliore di Richard Powers. Non un capolavoro, dico, né tantomeno un potenziale bestseller destinato a scalare le classifiche. È insomma possibile, a dirla tutta, che la sua pubblicazione desti poca (pochissima) attenzione e che a breve venga dimenticato. Perché?

A ben vedere, Generosity racconta una storia semplice, tutto sommato lineare e a differenza di The Gold Bug Variations, il testo più celebrato di Powers, brevemente riassumibile. Thassa Amzwar, giovane donna algerina, frequenta una scuola d’arte a Chicago, dove ben presto tutti imparano a conoscerla, per via del suo sempiterno buonumore, come «Miss Generosity». Qualcosa, tuttavia, non quadra – da dove viene tutta questa felicità, quell’enhancement di cui al sottotitolo? – e Thassa viene (giustamente) "accusata" di ipertimia: di essere cioè soggetta a continue ondate di benessere ed euforia. Va da sé che il suo nome venga segnalato a un’équipe di genetisti, i quali la sottoporranno a un’interminabile serie di test per decretare, infine, ciò che dapprincipio il lettore si aspetta: esiste, ed è ora mappabile, un gruppo di geni responsabili di entusiasmo e felicità. Tutto qui, più o meno, tra consistenti dosi di buonismo e (auto)critica sociale. Insomma, se una ragazza straniera cui hanno ucciso il padre e la madre e che scappa da un paese in guerra è capace di sorridere 24/7, perché noi cinicissimi giovani occidentali siamo perennemente imbronciati? e perché dobbiamo temere, o al limite censurare, ciò che percepiamo tanto distante da noi? Dubbi legittimi, più che legittimi, forse: per quanto – a me pare – un tantino tediosi, se è vero che il romanzo nordamericano non sta facendo altro che riproporli da almeno una decina d’anni: non è forse la stessa miscela di empatia nei confronti del prossimo e biasimo per l’american way of life ad avere decretato lo straordinario successo dei vari Safran Foer, Eggers e Chabon?

E se invece tutto questo tripudio di sentimenti e buoni propositi fosse in realtà un’operazione calcolatissima, frutto cioè non di un cuore, ma di una mente che ragiona – o che sa fingere di ragionare – fin troppo bene? Tanto più che tecnicamente, per così dire, Generosity dovrebbe essere – ringraziamo l’hipster di turno per l’improbabile definizione – un neuronovel o «romanzo neurologico»: un testo che cioè racconta di problemi, risorse e malfunzionamenti della nostra mente – cfr. per esempio Enduring Love di Ian McEwan piuttosto che Motherless Brooklyn di Jonathan Lethem. Ovvero – sembra suggerire Powers –, la mente, e più in generale la scienza (meglio, discuterne in un romanzo) sono argomenti interessanti, anzi interessantissimi; però attenzione, senza esagerare: troppa scienza – troppa razionalità – potrebbe infine trasformarci in ciò che forse più detestiamo, o magari rivelarci qualcosa che, sotto sotto, sappiamo essere vero: chi più chi meno, siamo tutti giovani borghesucci che taggano come deviante una coetanea ingenuamente (ingiustamente?) felice…

Insomma, se come il sottoscritto siete un po’ stanchi di romanzi (troppo) intelligenti potete posticipare la lettura di Generosity – ma Powers, beninteso, rimane un grande scrittore, e da Tre contadini che vanno a ballare a Il fabbricante di eco ogni suo testo è vivamente raccomandato. A tutti gli altri, invece, è ovviamente consigliatissimo: meno traumatico, dopotutto, che immergersi nell’ultimo Vollmann.

 

Richard Powers, Generosity, New York, Farrar, Straus & Giroux, 2009, pp. 304; trad. it. di Giovanna Granato, Generosity, Milano, Mondadori, 2011, pp. 365, 20 euro

 

Filippo Pennacchio

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