Inherent Vice di Thomas Pynchon

Circa un mese fa, recensendo l’ultimo romanzo di Don DeLillo, si diceva di due modi diversi di invecchiare, ovvero di diventare classici: maturare lentamente, al limite tendendo verso il silenzio (e da Americana a Point Omega io credo che il percorso di DeLillo sia in questo senso esemplare) o rimanere, dal primo all’ultimo romanzo, uguali a se stessi. Inherent Vice, l’ultimo (l’ennesimo) capolavoro firmato Thomas Pynchon, a me pare esemplificare questa seconda tendenza: se per esempio è vero che entrando nei suoi labirinti e magari empatizzando con il suo protagonista ci si sente, per così dire, un po’ a casa: a proprio agio, cioè, tra personaggi slothropiani, location verofinte e tutta una serie di topoi codificati dal geniale autore di V. e Gravity’s Rainbow.

Nondimeno, ogni nuovo romanzo del Nostro è una sorta di ticket per entrare nel museo del postmodernismo made in USA: un’ottima occasione, sarebbe a dire, per ripassare gli improbabili caposaldi di una tradizione romanzesca – epigoni a parte – oggi ormai estinta. Ma forse anche un’opportunità per ricordare che una parte cospicua del romanzo americano contemporaneo (e non solo) discende di qui – dai summenzionati capolavori, dico –, come si suggeriva tempo fa a proposito di un noto pynchoniano d’oggi, Jonathan Lethem. Da dove viene quest’aura per così dire leggendaria? Perché, insomma, Pynchon è un classico?

Di preciso, e a differenza di Harold Bloom, non saprei: ma sospetto che la capacità di ibridare cultura alta e bassa, di rendere fluida una materia narrativa viceversa densissima, di enciclopedizzare l’inenciclopedizzabile e di rendere qualsiasi dettaglio sempre e comunque godibile – il fatto di essere, in altri termini, un bricoleur smaliziatissimo – abbiano contribuito non poco alla sua fortuna. E poi – ciò che lo rende altra cosa da un discreto numero di colleghi – la capacità di calibrare cerebralità e viscere (e forse di scendere anche un po’ più in basso). Insomma, anche a tacere delle doti extra-ordinarie dei suoi priapistici eroi maschili, le scene spinte, porno, sono una costante dei suoi romanzi. Per dirne una, si potrebbe imparare qualcosa di vagamente scabroso rileggendo le pagine di Against the Day dedicate al ménage à trois tra Lake, Deuce e Sloat Fresno…

Ma di che cosa parla Inherent Vice, e perché – sintesi da quattro soldi a parte – dovreste leggerlo? Di nuovo, non saprei – d’altro canto, nessun testo pynchoniano è mai per davvero riassumibile. Semmai, cliccate qui, magari skippando gli inutili strilli posti in apertura: a spiegarvi un paio di cose, e magari a convincervi, sarà – così si dice – la di Lui voce.

 

Thomas Pynchon, Inherent Vice, New York, Penguin, 2009, pp. 384, 10,49 euro; trad. it. di Massimo Bocchiola, Vizio di forma, Torino, Einaudi, 2011, pp. 472, 20 euro

Filippo Pennacchio

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