Jacques il fatalista di Denis Diderot

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Recensioni / Jacques il fatalista

Approccio scientifico è una locuzione un po’ abusata tra gli umanisti, me in testa. In realtà è difficile per noi procedere davvero con questo metodo. La letteratura poi, ancora di più, è una perfetta metonimia del sistema culturale, dove il principio di non contraddizione non si applica. Va bene tutto e il contrario di tutto. Tuttavia, per chi guarda prima la forma logica e poi i contenuti, c’è un’idea che io ho sempre associato al paradigma scientifico (probabilmente sbagliando) (ma non conta nulla), che è il falsificazionismo, cioè più o meno quella cosa che una teoria deve avere per essere tale: deve poter essere falsificata, confutata dall’esperienza.

Probabilmente Karl Popper ha pensato cose molto più profonde di questa, ma a me, quando rifletto su questo particolare neologismo, mi viene in mente un concetto preciso: quello di asimmetria. Cioè, io provo un milione di volte a ripetere un esperimento, l’esperimento viene sempre e la mia teoria è ben salda. Poi un bel giorno l’esperienza me lo confuta e tutta la struttura crolla miseramente. La milionata di esperimenti fatti in precedenza non contano più nulla. Un milione contro uno e vince sempre l’uno. È una bella asimmetria, altrochè.

Tutta questa pantomima per introdurre un libro di Denis Diderot che si chiama Jacques il fatalista (BUR 2008, 356 p., 7 euro) . E che si impernia su un’asimmetria simile alla bella storia appena riportata. Jacques e il suo padrone girano un po’ in tutto il mondo raccontandosi storie ed esasperando il fatalismo come approccio alla vita e alla religione e il narratore li interrompe continuamente rivolgendosi al lettore con frasi tipo: caro lettore, che faranno adesso i nostri amici? vuoi seguire le loro avventure o le altre storie che ho da raccontare? sei troppo pretenzioso, vuoi sapere tutto e subito! lasciami almeno riposare un po’. Eccetera.

Ora, il libro è meraviglioso e queste scenette molto divertenti. Ma cosa succede? Lo scrittore (Diderot?) si rivolge al lettore (io?) e gli chiede alcune cose. In realtà è un simulacro dello scrittore (un avatar, se preferite, qualcuno che ne fa le veci e che è logicamente presupposto dal libro, visto che ci è dentro) che si rivolge a un simulacro del lettore (un avatar se preferite, qualcun…). Due finzioni e due funzioni, lettore e scrittore. Ma con una forte asimmetria tra loro. E non, banalmente, di natura numerica – lo scrittore è uno e i lettori sono potenzialmente infiniti. Bensì a livello di rappresentazione. Lo scrittore in carne ed ossa conta poco o nulla nella “letteraturizzazione” del suo romanzo, perché il valore del libro nasce e prolifica nell’incontro tra esso e la comunità di lettori.

Dunque il simulacro dello scrittore rappresenta un ruolo superfluo per la buona riuscita del libro (quello che parla al lettore infatti non è mica Diderot, è un personaggio del libro che fa finta di essere Diderot), mentre il simulacro del lettore si fa, come dire, paladino e portabandiera di una folta comunità di giudici, questi sì in carne ed ossa, che permettono l’effettiva valorizzazione dell’oggetto culturale.  Da qui il paradosso asimmetrico: lo scrittore “produce” il libro e non conta nulla. Il lettore “subisce” il libro e conta tutto. E lo scrittore non può nemmeno rifugiarsi nella retorica dei cantanti quando, rivolgendosi al loro pubblico oceanico, esclamano: sono io che devo applaudirvi, è solo grazie a voi che io posso essere qui. Eh no, stavolta è solo grazie a noi che tu, qui, non ci sei.

Jacopo Cirillo

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

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