Jonathan Galassi | La musa

(photocredit: wsj)

 

Molti hanno un'idea sbagliata di cosa sia realmente l'editoria. Gli osservatori esterni e interni al settore hanno spesso un'immagine deformata, anacronistica e datata, che fa del lavoro con i libri qualcosa di magicamente romantico, un'isoletta in cui i sogni resistono. Invece sappiamo che non è così, e volevo che Jonathan Galassi me lo confermasse. Editore e presidente di Ferrar, Straus and Giroux, artefice della pubblicazione di Franzen, Vargas Llosa, Saviano e della traduzione in inglese di Montale e Leopardi, Galassi è una voce autorevole e dispone di un punto di vista privilegiato. È insomma la persona giusta per spiegare ai lettori italiani l'editoria statunitense e scacciare una volta per tutte le illusioni per sostituirle con un bel ritratto nudo e crudo e illuminante. Be', non so se ho sbagliato io ad avere queste speranze prima di aprire La musa, fatto sta che dentro ci ho trovato tutt'altro, fin dall'incipit: 

Questa è una storia d'amore. Parla dei bei tempi andati, quando gli uomini erano uomini, le donne erano donne e i libri erano libri, con la rilegatura incollata o magari cucita, la copertina di tela o cartoncino, la sovraccoperta più o meno bella e un meraviglioso odore di polvere e muffa; quando i libri arredavano tante stanze, e il loro contenuto, quelle parole magiche in poesia e prosa, era liquore, profumo, sesso e gloria per i loro devoti.

Se cercate una specie di Il diavolo veste Prada che riveli i meccanismi freddi e spregiudicati dell'editoria contemporanea, questo non è il libro adatto. Anzi, forse è l'opposto. Galassi infatti riscontruisce l'universo dell'editoria letteraria e indipendente, quella che si ostina a sopravvivere nell'isolamento snobistico facendo affidamento a certezze e ideali da bei tempi andati. Solo che nella storia non c'è neanche tensione eroica. Il giovane editor Paul Dukach che scala questo mondo grazie alla sua passione per la letteratura è un personaggio così lontano da sembrare lontano e inverosimile forse persino agli occhi dei protagonisti veri dell'epoca d'oro dell'editoria. Riducendo all'osso la trama, c'è questo protagonista perfettino e pallosetto a barcamenarsi tra due vecchi editori che egli considera due padri spirituali, seppur diversissimi. Uno è il vulcanico Homer Stern della Purcell&Stern, politicamente scorretto e sempre con la battutaccia pronta. L'altro è l'elegante Sterling Wainwright della Impetus Editions, che farebbe sbadigliare anche Marzullo. Tra i due, almeno Homer ogni tanto è divertente:

«Davidoff è un finocchio» dichiarava, praticamente di punto in bianco, oppure: «Ho sentito che quel succhiacazzi di Stevens si scopa tutte e due le segretarie. Aspetta che lo scopra la Ninfo, le verrà un prolasso vaginale».
Homera insultava tutti allo stesso modo, senza riguardo per le preferenze sessuali, anche se «succhiacazzi» era un termine che impiegava solo per gli eterosessuali.

Homer godeva soprattutto nell'avere nemici. Niente gli dava più piacere che togliere il saluto a un ex impiegato – un «disertore», quindi una non-persona – o rilasciare un commento spreccante al Daily Blade su qualche rivale. Quando si occupava di pubbliche relazioni nell'esercito aveva imparato che non importava quello che dicevi, a patto che ti citassero. Aveva una serie di timbri per la corrispondenza sgradita, che veniva rispedita al mittente con commenti come LETTERATURA IMPRESCINDIBILE, STRONZATA GIGANTE, oppure, il migliore di tutti, VAI A FARE IN CULO, scritti a tutta pagina a grandi caratteri sbavati.

Tutti e due sono legati dalla passione (non solo letteraria) per la vecchia poetessa Ida Perkins, monumento della letteratura americana a cui il protagonista dedica la sua sospirata adorazione fin da giovane. E niente, di fatto la storia è tutta qui. Un po' pochino. E come se non bastasse Galassi sotterra trama e lettori con pagine e pagine in cui ricrea il mondo dell'editoria a colpi di gossippate letterarie, storie nelle storie e bibliografie (sì, bibliografie), con nomi di fantasia mischiati a nomi reali, giusto per farti venire a ogni pagina il dubbio di essere ignorantissimo e costringerti a qualche sosta su Wikipedia. A essere clementi potremmo dire che si tratta di un effetto voluto che serve a Galassi per rendere ancora più preziosa la scoperta della storia, immaginando una specie di lettore-archeologo che legge con l'elmetto e la pala. Nel concreto, però, si tratta soltanto di una soluzione infelice, che dà al romanzo un aspetto ibrido e soffocante, con alcuni punti in cui si tenta addirittura il tono da saggio brillante (un esempio fra i tanti è il capitolo dedicato alla Buchmesse di Francoforte). 

Se fai l'editore e mi dici che sei anche uno scrittore le mie aspettative sono alte, c'è poco da fare. Se poi tra l'altro sei Jonathan Galassi la posta sale e sale anche il rischio della delusione. Okay, non si può pretendere da La musa di essere qualcos'altro. Il suo autore ha semplicemente deciso di erigere un monumento a un'editoria scomparsa, ottenendo però un polveroso mausoleo a cui hanno accesso solo pochi intimi. Ed è questa la principale colpa del romanzo. Un lettore poco pratico di editoria statunitense, infatti, è escluso da tutte le allusioni e i riferimenti intercettabili solo da un occhio più allenato (come quello di Massimo Bacigalupo). Purtroppo però questi riferimenti costituiscono una grossa fetta del libro, quindi l'esperienza di molti lettori è mutilata in partenza. Ma il lettore si sente escluso anche dalla storia in sé, perché la partita letteraria giocata tra Paul, Homer, Sterling e Ida ha un gusto elitario e chi prova a seguirla si sente di troppo, come quando ti fai convincere a imbucarti a una festa ma poi i tuoi amici non ti presentano a nessuno e se ne vanno per i fatti loro. La musa diventa così solo un divertissement a beneficio di pochi eletti, sprecando un'occasione d'oro per raccontare la storia e la trasformazione dell'editoria indipendente dal secondo dopoguerra a oggi da una prospettiva quasi unica. Il finale incentrato su Amazon (qui trasfigurato in Medusa) appare come un tentativo in extremis per correggere la rotta, ma lascio ai lettori il compito di giudicare l'esito. Insomma, peccato, peccato davvero. 

 

Jonathan Galassi, La musa, Guanda, 252 pagine, 18 euro

Andrea Camillo

Si è laureato in Italianistica per correggere i congiuntivi ad amici e parenti, ma sta ancora aspettando un cesto di Natale dalla Crusca. Nel frattempo scrive storie e finge di non annoiarsi troppo,

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