La carta e il territorio di Michel Houellebecq

Recensioni / La carta e il territorio di Michel Houellebecq

Un dito tuttodì conficcato in bocca a torturarsi i denti – colpa, così pare, di una capsula saltata, come ha poi elegantemente spiegato Elisabetta Sgarbi –, l’occhio lucido e l’andatura ondivaga di chi ha troppo bevuto, l’aspetto sciatto, verosimilmente devastato e le sigarette ininterrottamente accese mentre trincerato in uno studio buio e angusto è costretto a siglare autografi per fan improbabili, Michel Houellebecq ha confermato, pochi giorni fa in occasione della presentazione milanese de La carta e il territorio, l’immagine maudite che i media da anni gli hanno cucito addosso.

Non che il dialogo con un inutile, elegantissimo Hanif Kureishi abbia riservato chissà quali emozioni, beninteso, il Nostro limitandosi perlopiù a fornire risposte vaghe, diciamo pure insoddisfacenti, rispetto al suo ultimo romanzo e alle consuete polemiche, qui irriassumibili, che ne hanno accompagnato l’uscita. Azzardiamo pure che oggi a Michel Houellebecq poco o punto importi di inorridirci con le sue iperfocalizzate descrizioni di rapporti sessuali o con il consueto, vastissimo repertorio di insulti rivolti al genere umano; o così, perlomeno, a me pare, visto e considerato come lungo tutto La carta e il territorio aleggi un clima gelido e anafettivo, ogni pagina promanante, come in certo cinema di Michel Haneke, una quiete vagamente surreale. Tanto che al romanzo difettano pressoché del tutto certi pattern tematici altrove ricorrenti, per esempio l’abbandono amoroso – cfr. il doloroso finale di Piattaforma, dove Michel si lasciava morire a seguito della morte dell’amata Valérie, in ultimo capace solo di provare «un brivido di entusiasmo all’idea che ci fosse un musulmano in meno sulla faccia della terra» – o la scomparsa del genere umano e del suo squallido corredo genetico – cfr. la stringa temporale vissuta da Daniel25 ne La possibilità di un’isola. E nemmeno la morte di Michel Houellebecq himself, letteralmente fatto a pezzi da un folle scienziato che retroattivamente avrebbe potuto agire entro il plot romanzesco di un’opera forse poco nota ai lettori dello scrittore francese, Palpebre di Gianni Canova, sembra turbare la trama esilissima de La carta e il territorio.

Semmai, una volta entrati in questo romanzo per davvero terminale, occorre sforzarsi di empatizzare con il suo protagonista, Jed Martin, artista houellebecqianamente solitario che dopo avere creato opere d’arte funzionanti, alla maniera dei grandi récit realisti, come microchips capaci di ridurre la complessità del mondo quotidiano, decreta, à la Balzac, che la carta – la mappatura del mondo – è più interessante – ma io direi anche più veradel territorio – cioè del mondo stesso – e infine, prima di prendere definitivo congedo «da un’esistenza cui non aveva totalmente aderito», si rinchiude in una villa della campagna francese realizzando «strani videogrammi [étranges vidéogrammes] simbolo dell’annientamento generalizzato della specie umana». Non c’è dubbio, insomma: qualora un domani, in un futuro remotissimo, un neo-umano qualsiasi decidesse di downloadare e leggere qualche pagina di quel tragico résumé sull’attuale stato di salute globale che è La carta e il territorio penserebbe di certo alla nostra vita, all’altezza del tardo 2010, come a una faccenda definitivamente chiusa, terminée. 

 

Filippo Pennacchio

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