La Rosa dei Venti e il segreto del Monte Rosso. Un esperimento letterario

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Un libro contiene innumerevoli spunti e altrettante possibilità: per questo non ci si dovrebbe limitare a una sola recensione. Per dimostrare la possibilità, la necessità e addirittura il dovere morale di questa pratica, tenteremo qui un esperimento letterario, raccontando dell’ultimo libro di Piero Fabris – La rosa dei venti e il segreto del Monte Rosso – e di tutto quello che fa venire in mente.

In breve la storia è quella di un viaggio mitico di un principe dalle lande del Nord verso la Puglia, alla ricerca di una nuova terra. Dopo incontri e peripezie varie giunge a Bari e qui si stabilisce, diventando mercante. La sua stirpe nasce e progredisce fino ai giorni nostri quando il suo ultimo erede, Giuseppe Carofiglio, parte inconsapevole da Milano e arriva a Bari per riscuotere una misteriosa identità.

Prima idea. Che succede a rielaborare delle fiabe.

In uno degli ultimi capitoli del libro, Giuseppe Carofiglio osserva dei bambini che giocano con una trottola e si trova a pensare: "in certi giochi infantili colgo l’impronta di un’astronomia interiore. A volte penso che la conoscenza della più piccola cosa sia la via per la conoscenza universale".

Una cosa molto simile deve averla pensata Italo Calvino quando decise di dedicaredue anni interi alla selezione e classificazione delle sue “Fiabe italiane”. Non fu facile, probabilmente, perché Calvino, cultore dell’ordine e dell’esattezza anche in letteratura, si scontrò con una tensione irrisolta e costituiva nelle fiabe. Una tensione irrisolta tra un formalismo teorizzato dai russi (si pensi a Propp e alle sue quasi maniacali tassonomie) fatto di meccanismi narrativi che si ripetono sempre uguali a se stessi e un afflato di magia, di irrazionalità e fantasia proprie dell’oralità. L’arma dello scrittore allora fu la rielaborazione delle fiabe: la loro struttura allo stesso tempo rigorosa e magmatica infatti lo permetteva e, quasi lo incoraggiava.

La stessa cosa succede qui: una rielaborazione di fiabe e miti nordici, manipolati, portati dalle desolate e oscure terre vichinghe al rassicurante sole della Puglia. Ma succede molto più di questo. Il libro è diviso in Antefatto e Fatto e il primo è sensibilmente più lungo del secondo. Questo significa che la premessa è in realtà la storia, dunque la preparazione è più lunga della sanzione – positiva – finale. Questo succede nelle leggende, ma succede anche, e soprattutto, nelle parabole. Ecco il grande lavoro “calviniano” di Fabris: prendere leggende nordiche e unirle a quella “tradizione e religiosità che si fondono nel cuore dei baresi”, combinare la freddezza con il calore, il rigore con una bonaria risata davanti a un bicchiere di Falanghina.

Seconda idea. Scrivere per cartografare.

La scrittura in questo libro è senza tempo. Perché è una combinazione di vecchio e nuovo che si risolve nelle immagini. Mi spiego: il linguaggio, benché non pomposo, è sicuramente alto, ricercato. C’è un uso costante e quasi interpuntivo delle metafore, spesso evocanti immagini che richiamano una sensibilità e un’iconografia antica. Ma allo stesso tempo il periodare è moderno, il disseminare punti esclamativi e scampoli di vera comicità richiama una sensibilità dei nostri tempi. E la terza parte del libro sancisce con autorità la capacità dell’autore di districarsi tra due registri, iniziando con le inequivocabili parole: “il treno sobbalzava sui binari”.

Ma come detto prima i due registri si risolvono felicemente in un linguaggio fatto in realtà di immagini. In effetti l’autore è anche, se non soprattutto, pittore e poeta, due forme diverse della stessa sostanza. L’autore non descrive ma colora; non scrive, ma disegna. Non narra, piuttosto cartografa: cartografa terre lontane, usi e costumi a noi vicini e, soprattutto quell’astronomia interiore di cui parla Giuseppe Carofiglio, quella geografia interiore di cui parlava Kant, che permette di compiere viaggi infiniti dentro se stessi.

Terza idea. I livelli del viaggio.

La Rosa dei Venti e il segreto del Monte Rosso è un libro sul viaggio, a tanti livelli diversi. A un livello superficiale, il principe-fabbro Voluandro si lascia alle spalle il freddo e il buio del Nord per avventurarsi fino in Puglia. A un livello più profondo il viaggio è anagrafico: Voluandro diventa Daìnn che diventa Giuseppe, tre nomi che sono tre diverse identità, come tre tappe di un viaggio interiore. Ma quel viaggio è troppo grande, troppo “cosmico”, riprendendo la metafora dell’astronomia, per esaurirsi in una sola persona, sia essa anche un principe e un guerriero. E allora il viaggio diventa il tempo e si risolve, come è e deve essere, una mattina, al risveglio del discendente dell’uomo dai tre nomi, nella Città Vecchia, a Bari.
E, ultima cosa, forse la più importante, questo libro è un viaggio per il lettore. Un viaggio attraverso le leggende, la storia, le tradizioni, il cibo e i vini della Puglia e di Bari.

L’esperimento è finito, è venuto un po’ lunghino ma dovrebbe aver dimostrato l’ipotesi iniziale: scrivere una cosa sola di un libro significa ridurre le possibilità che la letteratura, così per come è fatta, offre al lettore. Perché, come spesso qui si è sostenuto, la cosa bella dei libri e che gli puoi far dire tutto quello che vuoi.

Jacopo Cirillo
 

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

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