Lolita di Vladimir Nabokov

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.

Queste sono le frasi che mi fanno prendere un libro e scaraventarlo fuori dalla finestra. Per carità, parole romantiche, romanticissime! Così romantiche che a fine paragrafo ho melassa al posto del sangue. Ed è l’unica parte del libro che viene citata a destra e a manca, anche in film come Santa Maradona, quando Accorsi, immerso nella schiuma della vasca da bagno, legge l’incipit di Lolita alla Caprioli (che condivide il nome con la protagonista del capolavoro di Nabokov). Ma è un capolavoro per quelle poche frasi? No, anzi, quelle frasi sembrano subito stonare con il ritmo completamente diverso delle pagine che seguono. Vi aspettate una romanticheria dopo l’altra? Sbagliate! Mentre iniziate il libro e il vostro inconscio pensa a come affrontare 370 pagine di smielatezze, Humbert Humbert, il protagonista, vi sta preparando una marea di sorprese e l’editore che stampa l’incipit in quarta di copertina ve lo sta nascondendo. Infatti il tono del racconto è sempre sarcastico e riesce ad alleggerire un tema che sarebbe altrimenti troppo pesante. Se un bel libro è quello scritto bene o con una bella storia mentre il capolavoro è quello che ha bella sia la trama che lo stile, Lolita è di certo un capolavoro. Frasi ricche ma mai barocche, agli antipodi di quelle di altri autori dalla prosa più secca e misurate come solo un grande scrittore riesce a fare. Il resto, appunto, lo fa la trama con gli imprevisti del destino e con quelli in cui Humbert si va a cacciare.

C’è un motivo per cui quell’incipit è sbandierato ai quattro venti mentre il succo della storia è tenuto nascosto. Nabokov dovette fare i salti mortali perché il suo romanzo venisse pubblicato e fa strano pensare che in più di 50 anni nulla sia cambiato nelle paure della gente. Leggendo qua e là altri commenti a Lolita, si scopre che il terrore non risiede semplicemente nel tema scomodo, ma nello scoprire di amare un libro del genere, come se, leggendolo, l’essenza di Humbert Humbert possa librarsi dall’inchiostro e penetrare le meningi del lettore. Inutile dire che ciò non accade, che non è un romanzo pro pedofilia o altro, e che invece è uno splendido libro d’amore. E il finale è il più bello perché finalmente si comprende appieno la prima frase, rendendola qualcosa di più che mera poesia e accordando tutta la storia con l’incipit. Tutto prende senso, non c’è più alcuna stonatura, e la cortina di sarcasmo di Humbert finalmente cala, mostrando tutto l’amore sincero di Humbert il Botolo per la sua Carmencita.

Jacopo Donati

Scrive per Finzioni Magazine e lavora per Bottega Finzioni. Al terzo lavoro con un "Finzioni" da qualche parte avrà la certezza di essere in Matrix o in qualche Truman Show.