Massimo della vita di Alessandro Militi

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Plauto e il suo Anfitrione facevano ridere. Ovidio, con le sue Metamorfosi, faceva pensare. Stevenson, Jekyll e Hyde incutevano paura. Wilde, Dorian Gray e Lord Henry affascinavano mentre con Saramago e il suo uomo duplicato ti flippava il cervello. Il concetto di doppio in letteratura ha fatto tantissime cose. Più modestamente, Alessandro Militi, con il suo Massimo Della Vita, il doppio lo fa ribattere, lo fa rimbombare. Nello specifico, il libro è talmente articolato sulla doppiezza e, in controluce, sul disaccordo, che lo si può raccontare usando solamente questa categoria. Non ci credete? Guardate qui. 

Copertina: Alessandro Militi (l’autore) e Massimo Della Vita (titolo/protagonista/auspicio): nomi diversi, colori del font diversi (rosso e nero). Foto di copertina: mezza faccia pulita, sbarbata, occhialata, pettinata e l’altra metà oscura con barba, bed hair e girocollo. Prima ancora di iniziare il libro ci sono già tre contrapposizioni. Va bè, si dirà, è un artificio stilistico. Ah sì? Allora raccontiamo la storia. 

Massimo è un ventiquattrenne verginello e con un solo amico, Leo, ricco e popolare. È innamorato di Martina, molto più bella di lui, e la loro canzone è  La vie en rose di Edith Piaf. Con Martina si scrivono letterine, fanno pillow talk sul loro futuro, staranno insieme per sempre. Con Leo insomma ci si vuole bene, ci si sbronza ma lui è il re della scuola e rifiuta di andare in vacanza con Massimo, che vuole attraversare l’Alaska per ritrovare se stesso. Poi a un certo punto Martina lo molla, lui va in Alaska, ha un’idea, torna, diventa ricco, diventa ricchissimo, entra nella società (anche in quella segreta), sbrocca, giustizia, eccelle, padre di famiglia, vita meravigliosa. 

Tutto il libro è un grande doppio. Di stile: toni pacati, mielosi, adolescenziali prima e precisi, duri, brillanti, anche cruenti dopo. Di andamento e narrazione: lento e riflessivo pre-arricchimento, serrato e veloce durante e dopo la scalata al successo. La storia stessa: amore, delusione, “piccoli problemi di tutti i giorni” e poi potere, denaro, delitti. La caratterizzazione cangiante del protagonista: povero/sfigato e ricco/potente; timido/impacciato e sicuro/spietato. 

Ancora? Ancora. L’impaginazione. Per quasi tutto il libro è normale, con paragrafi, pagine tutte scritte, eccetera. In alcune parti diventa quasi simbolista, con poche frasi perse nel bianco della pagina vuota (artifici, va detto, non solo estetici ma decisamente a puntello del momento della narrazione). L’interpellazione. La maggior parte delle volte il libro è in prima persona ma questo stile si alterna con la seconda, il tu, con cui il libro tra l’altro inizia e finisce (con la finezza dell’epilogo in terza, giusto per dovere di completezza). I font. Quasi sempre, “Massimo” è scritto così, “Massimo”. A volte, quando si vuole denotare l’anima nera del personaggio, lo stesso nome "viene scritto con un font gotico". Insomma, si è capito dove voglio andare a parare. 

Penso che siano sempre da apprezzare i libri che sanno parlare su più livelli, che sanno articolare un concetto così profondo, direi proprio archetipico, se si pensa ai miti del passato. Oltre al bello stile, alla capacità di raddoppiarsi anche come autore, mi sembra che Alessandro Militi, con questa ridondanza, copra e risolva i due grandi problemi degli archetipi: la banalità e l’insidia. Sono banali perché ne hanno già parlato tutti e non c’è più niente da dire. Sono insidiosi perché dopo Plauto, Ovidio, Stevenson, Wilde, Saramago… ma chi sono io per poter aprire bocca? 

Allora Militi oppone al cosa e al chi il come o, meglio, il quanto. 
 

Alessandro Militi – Massimo Della Vita. Baldini Castoldi Dalai 2010, diciassette euro

Jacopo Cirillo

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

1 Commento
  1. Ma l’uomo è doppio sempre nella grande letteratura: immagine e parola (Wilde)realtà e immaginazione (Cervantes)bontà e cattiveria
    ( Stevenson) lucidità e follia (Poe)Dedalus e Bloom (Joyce)uomo ed ombra (Conrad)forma e deformazione (Kafka) eccetera. Ho semplificato : potrei anche scambiare tra loro questi autori e i relativi caratteri della doppiezza.Forse è solo una questione di essere – non essere,vita -morte, luce- buio, riflessione – movimento.Come si può non trovare la doppiezza nel tempo stringente ed artefatto della finzione letteraria? Nel tempo interiore dei personaggi che ne rendono viva la storia?
    Vincenzo