Né qui né altrove di Gianrico Carofiglio

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Recensioni / Né qui né altrove di Gianrico Carofiglio

Sono nata a Bari e so perfettamente cosa voglia dire “né qui né altrove”. E lo so perché fino ai diciotto anni, quando ho fatto fagotto e ho piantato tutto, mi sono sentita a quel modo.

Pensate solo a questo: Bari è, quasi per definizione, una città di passaggio, una specie di non-luogo. Non ci si ferma nessuno: la gente tocca per un momento la terra barese, sulla via per la Grecia, ingurgita, magari, un panino da un banchetto vicino e poi, oplà, fila via. Non mi ci sono fermata neanche io, come un mucchio di persone che conosco. Non è neppure una città turistica, almeno non particolarmente, mi pare. È proprio una tappa, nel senso più transitorio del termine, un porto di breve attracco. Io, del resto, non l’ho mai amata particolarmente. Non la amo neanche adesso. Le strade che la percorrono non sono la mia casa, che è quella dei miei genitori e potrebbe essere, premesso che loro due ci abitino, più o meno dovunque. Anche su Marte. Ma la città di Gianrico Carofiglio fa colpo persino su di me.

Il racconto, che è un racconto notturno quanto a unità temporale, è una specie di viaggio tra il sonno e la veglia. Non quelle letterali, perché i protagonisti, anzi, sono belli arzilli e girano fino alla quattro di mattina. Quelle percettive. Prendendo a prestito una teoria coniata dai formalisti russi, Ne qui né altrove (Laterza 2008, 160 p., 10 euro) è un libro sullo straniamento, ossia sulla presa di coscienza nuova di oggetti estremamente consueti. Ogni elemento del racconto funziona secondo questo semplice ma efficace meccanismo che si allarga fino a includere Bari intera. Per questo dicevo, il libro racconta un risveglio: il protagonista, durante una rimpatriata con due vecchi amici – di cui uno residente negli Stati Uniti da anni – esce dal suo punto di vista e vede la sua vecchia, stanchissima città con occhi nuovi. Si accorge di piccole cose, come le palme di Corso Vittorio Emanuele, o del percorso stradale sul navigatore, che ripete con la sua voce meccanica nomi quali Roberto da Bari, Andrea da Bari, via Putignani che anche il protagonista ha pronunciato meccanicamente per anni. E così come nello straniamento l’assuefazione alle forme e agli elementi equivale alla morte dei sensi e, in ultima analisi, alla morte spirituale, così lui, quella notte, torna a vivere.

Eppure l’ostranenje agisce una seconda volta, perché il personaggio principale non si sveglia al presente, ma al passato. Il ricordo è il traino della visione rinnovata in una città che dorme tra mondi diversi, tempi diversi, persone diverse. E non sembra più fatta per essere vissuta, ma per essere consumata giorno per giorno, pigramente, nel languore di quel che è già stato o nel desiderio di quel che avrebbe dovuto essere. La sua bellezza sta nel suo essere un teatro abbandonato, come il Petruzzelli e il Margherita, bruciati o logorati e mai più frequentati, spoglie, semplici spoglie in un panorama che li ha inghiottiti come parte dello scenario. Non è detto che, oggi, Bari non sia palcoscenico vibrante per altri. Certo è che non sembra più esserlo per il protagonista.

Né qui né altrove è tutto il contrario di un libro campanilista. Perché io ne conosco, di baresi campanilisti e qui siamo lontani anni luce dall’affetto cieco e morboso, dalla cultura della cozza e della sgagliozza, inizio e fine di ogni cosa. È un libro delicato. È riuscito a straniare persino la sottoscritta, che alla fine ha pianto come una scema, immaginando quei due pezzi di carta unta nel cestino.

Marina Pierri

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