Point Omega di Don DeLillo

Mentre Einaudi dà alle stampe La stella di Ratner, piccolo grande capolavoro datato 1976 – e mentre l’altro Maestro del postmodernismo nordamericano, Mr Pynchon, ci ricorda con Inherent Vice che una quota non irrilevante della narrativa made in USA degli ultimi trent’anni deve al suo genio parte della propria popolarità, recensiamo con colpevole ritardo – il libro è uscito nel 2010 – Point Omega, romanzo numero quindici di Don DeLillo.

Romanzo poco, forse troppo poco discusso, a ben vedere, e nondimeno capace – come puntualmente accade da Underworld in poi – di radunare i suoi lettori entro due partiti opposti. Insomma, e per farla breve: Point Omega è un libro importante (fondamentale?) o non piuttosto l’ennesima riprova di una stitichezza narrativa ormai cronica – cfr. ciò che si disse per gli altrettanto brevi The Body Artist e Cosmopolis –, se non al limite un mezzo-fallimento – più o meno così venne accolto all’unanimità il precedente Falling Man – ?

Delle due, forse la prima – ma perché non ipotizzare che proprio in ragione della loro sinteticità gli ultimi novels di DeLillo siano tanto importanti? A me pare, peraltro, che il partito dei detrattori sia ogni volta in attesa di un nuovo Libra, Mao II o White Noise, insomma di un affresco globale – metafora fin troppo abusata per discutere del Grande Romanzo Americano –, di un capolavoro massimalista in grado di riassumere – altro cliché – un’intera cultura (quella americana, ovviamente). Qui invece, all’opposto, di poco o pochissimo consiste il romanzo: intorno al 2006, un personaggio assiste – al MoMA di New York – alla proiezione di 24 Hour Psycho, la celeberrima video-installazione di Douglas Gordon; poco più tardi, un regista di documentari sulla trentina raggiunge nel deserto – «somewhere south of nowhere» – Richard Elster, ex-war adviser per nulla pentito di avere appoggiato il governo nella guerra in Iraq; pochi giorni dopo, i due vengono raggiunti dalla figlia di Elster, Jessie, che però di lì a breve scomparirà… poco altro, o quasi: dettagli ridotti al minimo, informazioni taciute, personaggi ridotti a mere presenze, silhouettes beckettiane appena abbozzate, «barely visible», sprofondate in un imperscrutabile mutismo, lì lì per scomparire – «I had to force myself to believe I was here», ammette il regista di cui sopra (ma non era già Nick Shay a rendersi conto di «esistere a malapena»?).

Minimalismo? Sì, ma in senso lato; svolta metafisica? Non saprei – di sicuro una riflessione sul tempo; fantasie apocalittiche? Probabile – senz’altro un romanzo terminale. Di certo – fan del DeLillo più “voluminoso” a parte – a qualcuno potrebbe ricordare – debitamente rivisitato – Americana, il suo primo romanzo – e perché no, anche Gerry di Gus Van Sant.

Però io credo che questo romanzo – magari se letto in parallelo a Inherent Vice – abbia da insegnarci perlomeno un paio di cose: che incasellare un testo – qualsiasi testo – in un trend, genere o modo sia alle volte impossibile; soprattutto, che in letteratura esistono due modi diversi di invecchiare, cioè di diventare classici: rimanere uguali a se stessi – chi non ama Doc Sportello? – o cambiare lentamente, magari tendendo verso il silenzio nella convinzione che «la vita [The true life] non si può ridurre alle parole dette o scritte, da nessuno, mai».

Don DeLillo, Point Omega, New York, Scribner, 2010, pp. 148, 11,80 euro; trad. it. di Federica Aceto, Punto Omega, Torino, Einaudi, 2010, pp. 124, 18,50 euro

Filippo Pennacchio

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