Sono io che me ne vado di Violetta Bellocchio

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Recensioni / Sono io che me ne vado di Violetta Bellocchio

Quando comincia la scuola e si entra in una nuova classe, i ragazzini più sgamati sanno già cosa aspettarsi: ci sarà il bullo, il secchione, quella carina, quella brutta, quella simpatica, l’amico di tutti, eccetera. Ruoli pre-definiti che aspettano solo uno o più occupanti. Questi ruoli esistono da quando esiste la scuola e si definiscono per differenza: un bullo è tale solo perché ha qualche secchione a cui fare le mutandate; quella carina ha bisogno di girare insieme alla racchia per sembrare bella.

Ecco, un certo linguista francese degli anni cinquanta ha pensato bene di complicare e appesantire questo concetto semplice e comune chiamandolo attanzialità e parlando di ruoli attanziali. Stiamo parlando di (yawn) Lucien Tesnière. Ecco, una certa scrittrice italiana degli anni duemila ha pensato bene di prendere un ruolo attanziale e costruirci attorno un romanzo. Un romanzo giustissimo. Stiamo parlando di Violetta Bellocchio.

I personaggi di Sono io che me ne vado infatti, fanno e dicono continuamente delle gran figate. C’è un maxi ruolo: quello del tipo/a che ha una storia incredibile alle spalle, che conferma il suo sorprendente passato con nuove e bellissime avventure (che so, inventare una storia di antichi ammazzamenti per fare qualche soldo extra) e che, in qualsiasi dialogo, ha sempre la frase pronta e la locuzione perfetta da dire, in battuta e in risposta.

In questo enorme spot trovano spazio praticamente tutti i personaggi del romanzo, in primis i due protagonisti Layla e Sean. Ma anche una ragazza a bordo piscina che accetta una falsa videointervista in cambio di un’acconciatura, una mamma che viene chiamata “Vanessa” tra virgolette, un ex quasi stupratore che fa finta di niente e tanto altro. Io non ho mai letto nessuno scrivere come Violetta Bellocchio, in Italia. Probabilmente solo lei poteva mettere in piedi un libro così.

Jacopo Cirillo

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

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