(Ri)leggete questo

Una civiltà letteraria non è fatta di letture, è fatta di riletture; forse semplicemente una civiltà. Ci sono generazioni che hanno conseguito una dignità duratura leggendo e rileggendo un solo libro, la Bibbia. Non leggevano altro, ma tanto bastava a farli individui colti, talora artisti, letterati, scrittori.
(Giorgio Manganelli)

 

A parlare di Infinite Jest, si rischia ormai di tutto. Di solito: o sei banale, perché dici qualcosa che hanno già detto e ridetto gli altri, oppure sei un poser, la cui vera intenzione è autoincensarsi per l’impresa appena compiuta (tanti altri evitano tutti questi problemi: fanno la foto al libro per poi condividerla – l’osservatore in qualche modo inferirà che è stato effettivamente letto).

E io mi sono sempre rifiutato di scrivere qualcosa su questo libro perché 1) non mi ritengo all’altezza dell’ermeneutica di un mattone di 1.179 pagine scritte da uno che non è proprio l’uomo della strada, 2) non voglio essere banale o presuntuoso e 3) non voglio essere un poser (sembra che sto vantandomi di non aver mai scritto nulla su Wallace, ma qui dovete fare un atto di fede, come ne fate tanti quando leggete, e vi prego di sospendere la vostra incredulità).

In redazione, però, abbiamo deciso di organizzare una giornata dedicata a Wallace in occasione del quinto anniversario della morte, e una cosa che potevo dire, forse l’unica, riguarda la mia esperienza di lettore e rilettore. Tutte le mie reazioni, infatti, sono sempre rimaste a livello sinaptico, non ho mai approfondito – per la paura di impazzire, forse. Se l’ho fatto è solo grazie ai lavori degli altri lettori, dei quali – e qui in Italia siamo fortunati, perché oltre ad essere stati i primi a importare Wallace vantiamo una comunità di appassionati enorme – ammiro l’acribia. Ma qui mi sono fermato. Una cosa che invece ho fatto, e ho sentito il bisogno di fare, senza andare ad appesantire inutilmente tutto il paratesto che già soffoca il libro e crea troppe aspettative, troppi malintesi e troppi spoiler, è stata rileggere, a distanza di un anno, il mattone. Da qualche parte sentivo che un solo incontro con la sensibilità letteraria di Wallace espressa lì dentro non era sufficiente. Sentivo che era durato troppo poco, un lungo attimo di riconoscimento, di identificazione e scaturigine di tanti dubbi che non mi davano tregua, e che forse sono condannato a non sciogliere mai. Prima di Infinite Jest non avevo mai riletto un libro: è stato un momento epifanico nella mia carriera di lettore.

L’ipertrofia del mercato editoriale, l’ubiquità degli stimoli sensoriali, la F.O.M.O., che è la paura di mancare a un evento e anche una delle sigle registrate nel nuovo dizionario di Oxford, lo scaricamento istantaneo di libri, cinquemila titoli nello stesso dispositivo, Instapaper e il tasto per leggere dopo, i link salvati tra i preferiti che non aprirò mai e libri in wishlist che non leggerò mai (ma che forse comprerò), tutto questo, insomma, collide con la nostra limitatezza di esseri umani, in senso fisico, psichico e temporale, e il pericolo paventato da Infinite Jest, quello dell’intrattenimento compulsivo, è reale. Si legge/guarda/ascolta senza interruzioni, perché il piacere e le gratificazioni che si ricavano sono immediati.

Quest’ansia di fare e accumulare la percepisco bene. Per starne alla larga ci vuole un esercizio di disciplina quasi zen. Provo a stare calmo, a non dare retta alla bacheca di Facebook e ad uscire dall’infinite scrolling di Tumblr (che, detto tra noi, è un ottimo surrogato della cartuccia del romanzo). Cerco di prendere tempo, perdere tempo e leggere piano; Wittgenstein diceva che usava un sacco di punteggiatura perché questa rallenta il ritmo della lettura, e leggere piano è l’unico modo per leggere.

Se queste righe hanno un contenuto troppo normativo, o forse addirittura dogmatico, è perché si tratta dell’unica regola che rispetto e che non so infrangere (anzi, la infrango a caro prezzo) quando si parla di libri – io che mi voglio credere un anarchico. Se non avessi letto Infinite Jest non so se avrei capito l’importanza dell’intrattenimento e degli infiniti effetti collaterali che ne derivano.

Ho capito che la rilettura è l’attività più nobile del lettore perché, oltre ad aprire il dialogo con la coscienza di uno scrittore, ne apre un altro con se stessi. È una triangolazione che arricchisce a un livello di profondità superiore, perché il dialogo con il sé del passato aiuta a collocarsi nel tempo, a tracciare la nostra linea evolutiva e a capire meglio lo spazio occupato all’istante. Mi ricordo che la prima volta che lessi il libro, come quasi tutti, rimasi spiazzato. Non avevo tanta voglia di andare avanti, non capivo nulla, facevo fatica a tenere la palpebra alzata e le pupille mi schizzavano di qua e di là. Ho voluto mettermi alla prova, abbrustolendo tutti i neuroni che avevo a disposizione. Ero un lettore immaturo e ambizioso, che aveva alle spalle poche letture importanti. Da qui, la prima epifania: ci sono libri fatti apposta per essere letti in certi momenti; seconda epifania: c’è un rapporto, che assomiglia molto a una formula matematica, tra la qualità di un libro e quella di un lettore. Se un libro non ci piace, non è sempre colpa sua. Bisogna essere pronti e avere i requisiti di sistema giusti. Infinite Jest è tra quelli che non ho mai consigliato a nessuno perché la prima volta non ci credo che piace davvero a tutti, e non voglio perdere la fiducia di chi mi chiede aiuto per orientarsi. Tanti, forse io per primo, sono vittime di una dissonanza cognitiva e un po’ se ne convincono (che gli piace). Ho capito, però, che della Burla infinita bisogna sentire quella che misticamente è “la chiamata”. Perché a certi libri non possiamo rimanere indifferenti e la nostra identità di lettori è definita da un rapporto dialettico inesorabile, forse fatale, con questi.

È stato a distanza di un anno che l’ho riletto. Ho lasciato tutto a decantare nel mio subconscio, ero certo di non aver capito tutto, anzi, di aver capito molto poco, e nel frattempo ho affrontato altre letture impegnative che mi hanno preparato. Dalla rilettura ne sono uscito completamente diverso, esausto ma allo stesso tempo arricchito in un senso molto spirituale, e so che ancora non ho spremuto tutta la polpa, che forse non si potrà mai spremere del tutto, perché il libro sembra un oggetto immobile, ma è magico e cambia insieme a chi lo percepisce. Sono molto curioso di rileggerlo una terza volta, magari a distanza di tanti anni, perché adesso mi sento ancora molto simile al lettore che ero all’epoca della seconda volta. Ci sono libri che meritano di essere riletti, e quelli, come diceva Calvino, se hanno tante altre cose da dire, chiamiamoli pure classici. Ma a forza di leggere sempre cose diverse mi sono fatto l’idea che rimaniamo solo ospiti dei libri, per giunta alla lontana. Io invece, dentro a un libro, voglio camminare scalzo, aprire tutti i cassetti (questo, a scanso di equivoci, non è più Calvino, sono io che invento analogie). La seconda volta non sei un ospite, sei come un amico che viene a casa tua ma fa come se fosse a casa sua: non suona il campanello e va in bagno lasciando la porta aperta. Con una casa labirintica come quella di Wallace, poi, come fai a carpire tutto al primo passaggio, senza perderti, soprattutto durante le prime 200 pagine, che secondo i più sono lo scoglio da superare e se sei appunto al primo giro non hanno tanto senso (e i più mollano)? Lo stesso Wallace, tra l’altro, ha ammesso di chiedere uno sforzo ai suoi lettori, perché la verità costa, è una cosa che si ottiene in cambio di qualcos’altro, e questa transazione non avviene mai nella cultura del prêt-à-porter e della tv, cara ossessione dello scrittore. Viviamo in un’epoca in cui la cultura si consuma (molti libri bisogna solo masticare e sputarli, come una gomma).

Per rileggerlo ci ho messo un mese e mezzo, quanto avevo impiegato la prima volta. In quel periodo avrei potuto leggere qualcos’altro; mi consolo dicendomi che in fondo ogni scelta è anche una rinuncia. In un mese e mezzo, a quel ritmo, potrei leggere 5 libri da 200 pagine. Se sommo lettura+rilettura ottengo 2.562 pagine, che avrei potuto distribuire in 11 libri da 232,91 pagine o 17,08 libri da 150 pagine, e così aumentare il numero di volumi sullo scaffale di casa. I libri che ho letto saranno sempre meno di quelli che voglio leggere, e pazienza. Sono un lettore edonistico, il principio che mi guida è quello del piacere e non lascio che l’importanza oggi attribuita all’accumulazione produca interferenze. Citando a metà il Wallace del Re Pallido, vi dico: rileggete questo.

Lorenzo Castelli

Da quando ha scoperto la differenza tra E’ e È la sua vita non è cambiata. Ma adesso inizia le frasi con il verbo essere alla terza persona singolare modo indicativo tempo presente una volta su tre. È convinto che i suoi articoli salveranno il mondo.

2 Commenti
  1. Io l’ho letto l’anno scorso, in quattro lunghissimi mesi inframezzati da “Cion cion blu” che mi sono letto con mia figlia e da un po’ d’altro, tanto per riprendere fiato. Ci ho pensato anch’io a rileggerlo, ma rimando l’impresa e intanto mi leggo altre cose di Foster Wallace, i racconti, La scopa del sistema…m’è piaciuto quel che hai detto (fra l’altro il tuo post me l’ha segnalato il mio amico Miki, cui devo parecchie cose fra le quali il primissimo invito a leggere IJ) e m’è piaciuto anche come l’hai detto. Io ho scritto un po’ su DFW, e anche su IJ; se ti va leggiti il post che sta sul mio blog (ti mando il link). Non ne spiego molto, anzi non spiego proprio niente, in primis perché per spiegare devi aver capito tutto (e non è il mio caso), e poi anche perché ci sono cose che vanno spiegate e cose che non ne hanno bisogno. Come un libro; come Infinite jest. Grazie per il tuo post e ciao, Stefano
    http://leggotutto.wordpress.com/2012/09/17/la-scalata-dellij/