Khaled Hosseini e l’orientalismo da ambasciata

Khaled Hosseini ha sbancato con i due romanzoni Il cacciatore di Aquiloni e Mille splendidi soli, sempre ambientati nella natia Afghanistan, da cui emigrò da adolescente. E ora riprova il colpo gobbo, riuscito pare, con questo E l’eco rispose (Piemme, 2013).

hosseIl romanzo è un unico intreccio di personaggi, luoghi e tempi, che in vario modo ruotano intorno al villaggio di Shadbagh, e alla straziante storia che apre le danze. I destini di tutti trovano modo di arrampicarsi intorno a quelli di Pari e Abdullah, fratelli orfani di madre, in una situazione di disperante miseria che dà il via a una serie di eventi, tutti variamente tragici.

La cifra di Hosseini è il sentimentalismo non diluito. Le storie sono per forza tragiche, e a darne la misura c’è proprio la fiaba delle prime pagine: un uomo è costretto da un essere divino a sacrificare un figlio per la sopravvivenza degli altri. Sacrificio, fatalismo, amori impossibili, bambine deturpate, donne traditrici, uomini violenti, suicidi e omicidi. Praticamente è come sorbire una dose massiccia di telenovelas, con il vantaggio di essere ambientata in un luogo esotico e affascinante come l’Afghanistan.

Epperò l’ambientazione afghana è il punto forte, ma anche quello debole. Perché è cristallino che il buon Khaled di afghano abbia solo le origini, e quello che dipinge è un panorama che può venire soltanto da una condizione di distanza e privilegio, una specie di orientalismo da ambasciata. Il suo è il punto di vista del ricco occidentale, un po’ come quello di due dei suoi personaggi, Timur e Idris. I due cugini si sono trasferiti negli Stati Uniti, hanno lavorato sodo, si sono arricchiti, e dopo la guerra sono tornati a visitare l’Afghanistan per tentare di recuperare una proprietà. Idris è quello “sensibile e taciturno”, Timur, che negli Stati Uniti si fa chiamare Tim per aumentare il giro d’affari, è piacione ed emotivo, quello che si mescola con la gente e ne assume il cordoglio come fosse il suo. Attirando il disprezza di Idris che dice, di lui:

Noi non siamo come questa gente. Non dovremmo fingere di essere come loro. Le storie che questa gente ha da raccontare, noi non abbiamo il diritto di farle nostre.

E forse Hosseini, trattando così male Timur, sta espiando la sua propria condizione.

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