Charles Baudelaire

Baudelaire est le premier voyant, roi des poètes, un vrai Dieu

Arthur Rimbaud

Senza Charles Baudelaire non saremmo gli individui che siamo.

Se, come Marty McFly e Doc, possedessimo una Delorean del tempo, non dovremmo mai e poi mai azzardarci a cancellare dal mondo l'esistenza del primo, vero, poeta maledetto.

L'eredità di Baudelaire, dal punto di vista umano, è un fardello pesante: Charles fu uno dei primi divulgatori di cultura a raccontare lucidamente la vita di un depresso clinico. Un paziente all'epoca in cui gli psicofarmaci erano semplificati a liquori e oppio. Un paziente, al contrario di molti altri depressi, estremamente coraggioso nell'incontrare i suoi demoni, affrontarli a viso aperto e raccontarci inesorabile i resoconti delle battaglie del malessere.

Baudelaire fu fuoco creativo allo stato puro, come fu Jimi Hendrix: ardono ogni cosa che incontrano e quando la vita, per età e dinamiche da noi indipendenti, decide che il ritmo va rallentato, finiscono per ardere loro stessi. 

La domanda è sempre quella: un Baudelaire equilibrato, zen e morigerato avrebbe dato vita a I fiori del male? Se Baudelaire fosse stato in rehab, avrebbe scritto altri Paradisi Artificiali?

Per tutti gli altri genii varrebbe il no, per Baudelaire vi propongo il sì: proprio come il simbolo dello Yin Yang, la fiamma di Baudelaire sarebbe stata altrettanto vispa se avesse rilasciato fumo bianco e luminoso, anziché nero e cancerogeno come ha fatto.

Probabilmente sarebbe diventato un visionario à la Dante, si sarebbe avvicinato anche più del Sommo Poeta alla luce del Divino, dando una più precisa idea dell'ineffabilità grazie alle sue sinestesie ora soavi o attraverso il raggi di luce filtrati nella foresta di Corrispondenze ora non più misteriose e inarrivabili.

Abbiamo però avuto la nostalgia dell'infinito, quel protendere verso l'epoca d'oro, della cuccagna, quell'Invito al viaggio nel Paese che tutti noi vorremmo conoscere, quella sberla che ha riportato dritto a una realtà enigmatica, incerta, alla società contemporanea, che lui vide agli albori del caos in cui il destino ha voluto si sia incarnata.

Baudelaire poteva fare il salto di qualità, ma non la mai voluto: perfetto cantore degli Inferi dell'anima, sarebbe diventato il più squisito trovatore delle raffinate dolcezze dell'Essere.

In Baudelaire è mancato solo questo: l'esercizio della volontà per un bene più alto. O forse l'ha anche praticata, per poco, però, giusto ciò che è bastato per arrivare alle porte del giardino dell'Eden, vederle schiuderle e poi sbattere di nuovo. Giusto in tempo per essere rispedito qui, tra di noi, nel mondo avvelenato, di cui nessuno ha saputo disegnarne croci e delizie quanto lui. 

Ha gettato delle basi solidissime nelle tenebre, che per Baudelaire esistevano solo perché ombre di un sole sfolgorante, che lui – intimamente – non si è mai creduto degno di poter ammirare a lungo.

Insomma, con il dito Baudelaire ci indicava le bellezze dell'infinito mentre noi, figli del nostro tempo, ci siamo fermati a fissare la  mano nodosa e incrostata d'inchiostro.

Michela Capra

Quasi sicuramente sta scrivendo dal suo ufficio-poltrona, con qualche gatto addosso. Si ritrova, suo malgrado, fuori dal mondo almeno tre volte al dì.

1 Commento
  1. Se c’è una caratteristica che agli scrittori non può essere disconosciuta è l’attitudine che hanno a leccarsi vicendevolmente, ed è una pratica così diffusa da potersi ritenere la ragione principale del loro assurgere al ruolo riservato alle divinità celesti (e fors’anche a quelle rosse). Questo perché si elevano l’uno con l’altro spingendosi con la lingua fino a ritrovarsi, anche se spaesati, al settimo cielo. Sono i miracoli operati dalla scrittura vuota e vanesia che, se deve scegliere tra vecchie verità e nuove idiozie opta, senza indugio, per le seconde… 😀