David Foster Wallace

Forse aveva ragione, Bret Easton Ellis, quando sosteneva che per i suoi lettori David Foster Wallace sarebbe divenuto una sorta di santo: un autore venerato senza riserve, fatto oggetto di un’attenzione morbosa è dir poco, circonfuso di un alone sentimentalistico in effetti un po’ patetico. A riprova, andrebbero ricordati gli insulti che dai lettori in questione Ellis si è guadagnato. O forse basterebbe riflettere su quanto avvenuto dopo la morte dell’autore: celebrazioni di anniversari, reading communities, blog a tema, fenomeni – spesso trucidi – di fandom, ambigue operazioni editoriali.

Difficile spiegare le ragioni di questa popolarità. Intanto perché si tratta di un fenomeno recente, cresciuto a dismisura solo negli ultimi anni. E poi perché, a rigore, l’opera di Wallace non è certo dotata di un appeal mainstream. A dispetto della vulgata, che vuole un autore le mille miglia lontano da sperimentazioni e tropi postmodernisti, Wallace era profondamente legato a quel modo d’intendere – e praticare – la letteratura. La scopa del sistema (Einaudi, 2008), per esempio, termina nel mezzo di una frase, un suo noto racconto pretende che il lettore abbia una certa familiarità con Lost in the Funhouse, di John Barth, mentre Infinite Jest (Einaudi, 2006) – è cosa nota – si conclude con un centinaio di pagine tra note ed errata. A descriverne i meccanismi narrativi, un critico si troverebbe in seria difficoltà. Riassumendone le trame, non ne guadagnerebbe alcunché. Né sono convinto che un lettore italiano riesca a decifrare tutti i riferimenti alla cultura USA di cui i suoi testi sono stipati. Eppure Wallace piace, ed è letto da moltitudini di lettori.

Ora, com’è ovvio, ciascuno avrà i suoi buoni motivi per amare un particolare romanzo, racconto o saggio dell’autore americano. Ma se dovessi indicare una caratteristica che in particolare lo rende tanto appetibile, punterei tutto sulla voce che nei suoi testi parla. O forse, meglio, sulle voci. Wallace era autore dotato di una straordinaria capacità mimetica, in grado di parodiare qualsiasi modo di parlare (e pensare): dallo slang di un’adolescente afroamericana al linguaggio “alto” di un accademico, dalle involuzioni mentali di un tossico alle paranoie di una persona depressa; e dai rovelli di un talentuoso, giovane tennista a quelli di un «impostore» in grado di spiegarci cosa succede «subito dopo che una persona muore». Al limite, in uno dei suoi ultimi racconti siamo introdotti ai pensieri di un gruppo di stagiste per le quali è «divertente» pranzare sempre allo stesso tavolo, e ordinare ogni lunedì lo stesso piatto «esageratamente buono» di insalata.

Altri scrittori eviterebbero di raccontarci cotanta banalità. Ma così facendo eviterebbero anche di rendere non dico più dignitoso, ma almeno un po’ più normale questo genere di pensieri, la realizzazione che una certa noia esistenziale è la tonalità dominanate delle nostre vite. Ecco, è probabile che al contrario, dandovi voce, Wallace arrivasse – arrivi – a intercettare anche qualcosa dei suoi lettori, del nostro flusso quotidiano di pensieri. Che somiglia assai più a quello di una trentenne stagista frustrata che non a quello – certo meno banale – di altri più blasonati personaggi di finzione.

3 Commenti
  1. Non solo è la mimesi delle voci, ma anche la ricostruzione particolareggiata di dettagli, scorci, oggetti, elementi, luoghi. Spesso tutti questi dettagli sono totalmente ininfluenti nella trama ma ci sono ugualmente, a ricostruire un universo totalmente credibile.