Dino Buzzati

Può darsi che per colpa del mio dannato carattere, io muoia solo come un cane in fondo ad un vecchio e deserto corridoio. Eppure una persona quella sera inciamperà nella gobbetta cresciuta nel suo giardino e inciamperà anche la notte successiva e ogni volta penserà, perdonate la mia speranza, con un filo di rimpianto, penserà ad un certo tipo che si chiamava Dino Buzzati.
(Le gobbe nel giardino)

Ricordo il giorno in cui, durante una lezione, il docente di un corso che avevo da poco cominciato a seguire si era lasciato sfuggire la seguente frase: «Per me, insieme a Calvino, i più grandi del Novecento italiano sono Tondelli e Buzzati». All'epoca non avevo idea di chi fosse il primo. Il secondo invece lo conoscevo: avevo letto qualche anno prima Il deserto dei tartari, lo avevo amato molto, consigliato ad amici e parenti e infine riposto in libreria, dove avrebbe trascorso molti mesi a prendere polvere seppellito dalle letture che sarebbero venute.
Le parole del professore, quel giorno, avevano ridestato in me la memoria del Deserto e di tutte le emozioni in parte rimosse che avevo provato leggendolo. Mi avevano spinta a chiedermi perché avessi scelto di non andare oltre, di fermarmi alla porta d'ingresso dell'opera buzzatiana senza addentrarmi in quel mondo che tanto prometteva. Inoltre, mi avevano fatto realizzare che quella era la prima volta che sentivo parlare di Buzzati in ambito accademico, in un discorso che esprimesse un vero giudizio di valore e non si limitasse ad una rapida citazione d'obbligo. Ed è stato in quel momento, per trovare risposta a tutte le perplessità che quella frase aveva scatenato, che ha avuto inizio per me la vera lettura di Dino Buzzati.

La ricezione dell'autore nato a San Pellegrino di Belluno nel 1906 è stata sin dagli esordi molto controversa. Complici probabilmente l'estrema semplicità della sua prosa e il disimpegno politico e ideologico (che gli era valso l'accusa di collaborazionismo quando il Corriere della sera era passato sotto il controllo nazifascista), la critica non gli aveva mai attribuito una grande rilevanza. Quando poi nel 1963 era uscito Un amore, un testo di successo così diverso dai precedenti, poco era bastato ad etichettarlo come scrittore di consumo alla ricerca di facile visibilità per mezzo di allettanti formule narrative.
E così anche Buzzati, come molti colleghi prima e dopo di lui, si era andato pian piano ad aggiungere al novero di quegli scrittori destinati a non essere mai realmente compresi in vita, nonostante la fama presso il grande pubblico.
La situazione è in parte cambiata dopo la morte: grazie soprattutto all'attenzione riservata alla produzione giornalistica e teatrale i critici hanno cominciato a considerare con più riguardo l'autore, dedicandogli un numero sempre crescente di studi e monografie. 

Così oggi tutti sanno che Dino Buzzati è stato uno dei più grandi scrittori italiani del secolo scorso. Ma è davvero così? Quanto realmente si conosce Buzzati? Quanto si è consapevoli della portata della sua opera?
Poco si ricorda di ciò che ha preceduto la meravigliosa allegoria dell'esistenza come attesa vana e illusoria del Deserto dei tartari, il romanzo che lo ha reso celebre nel 1940: come Il segreto del bosco vecchio (1935), struggente parabola in cui il fantastico – genere della cui letterarietà Buzzati si è fatto interprete e promotore in Italia – diventa fiaba per parlarci della natura che l'uomo ha dimenticato e respinto, della tristezza di crescere lasciandosi alle spalle le parole del vento e degli uccelli, della pietas umana che si nasconde anche laddove non la si credeva possibile e dell'ineluttabilità della morte.
Molti sicuramente si saranno trovati tra le mani Un amore (1963), lasciandosi invischiare nella cronaca di una passione morbosa e patologica descritta in tutta la sua forza devastante con una prosa asciutta e tutta interiore.
Altri invece, forti anche della vittoria allo Strega del '58 dei Sessanta racconti, avranno avuto la fortuna di accostarsi ad una delle numerose raccolte di prose brevi (I sette messaggeri, In quel preciso momento, La boutique del mistero etc.) approdando, forse inconsapevolmente, al vero cuore della narrativa dell'autore. I racconti di Buzzati sono bellissimi: allegorici e fantascientifici, intimi e surreali, rappresentano le molteplici tessere di un puzzle che compone il ritratto dell'uomo buzzatiano, «creatura straordinaria […] ed essere sbagliato perché infelice per definizione» (Dino Buzzati: un autoritratto), vittima del suo destino e inerte cassa di risonanza degli interrogativi insolubili sul senso della vita e l'angoscia della morte, sull'esistenza di Dio e l'illusione del libero arbitrio. 

Dino Buzzati è stato probabilmente il più europeo tra i suoi contemporanei: nei suoi scritti vive il Kafka del Castello, con l'assurdità di una vita sprecata in una vuota sequenza burocratica che non permetterà mai l'accesso all'agognata fortezza, così come quello della Metamorfosi rievocato nel racconto dal titolo Lo scarafaggio; tra le sue righe si muovono il Beckett di Godot, con la fuga del tempo che consuma l'uomo in un'attesa vana e illusoria e persino il Camus dell'assurdo, tanto sensibile alle sue molteplici sfaccettature da scegliere nel 1955 di adattare per il teatro francese la pièce Un caso clinico.

Leggere Buzzati significa assaporare trasversalmente la grande letteratura europea di metà Novecento in una pagina semplice, piana, ma non per questo meno densa e simbolica, meno capace di commuovere con un'etica della dignità e dell'eleganza in cui la rinuncia diventa un atto di eroismo. Significa raccogliere un'eredità letteraria epocale attraverso una delle voci che ha contribuito a consegnarcela. 

E oggi, 28 gennaio, significa inciampare su una gobbetta del nostro giardino e pensare «ad un certo tipo che si chiamava Dino Buzzati». A quarantadue anni dalla sua morte e per molto altro tempo ancora, esattamente come avrebbe voluto.

 

Oriana Mascali

Abusa come se non ci fosse un domani dell'espressione "come se non ci fosse un domani". Specializzata in letteratura francese per aver scoperto troppo tardi gli americani, ha una sola certezza nella vita: avrebbe voluto essere Francis Scott Fitzgerald, ma non lo è. Peccato. Comunque le sarebbe andata più che bene anche Sylvia Plath.

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